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In morte di un bimbo rom. Marco Arturi

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Giacomo sarebbe nato tra poche settimana, ma la sua madre è stata vittima di un'aggressione razzista e ha perso il suo bimbo. La cronaca del suo funerale e della solitudine della sua famiglia. Italia, anno 2010.

Oggi c’è da celebrare un funerale particolare. Una storia carica di violenza, intolleranza e indifferenza della quale ci sarebbe da vergognarsi. Eppure qualcosa va storto lo stesso: «Si sono dimenticati di avvertire il sacerdote». Anche se non è ben chiaro chi sarebbero «loro», cioè quelli che se ne sono dimenticati, il risultato è che l’orazione funebre per Giacomo Nobilini non può svolgersi nella cappella dell’ospedale Maria Vittoria, già destinata a uso diverso. Del resto le dimenticanze sono state molte, nella vicenda di questo bimbo rom mai venuto al mondo perché probabilmente ucciso dalle bastonate con le quali a Torino un ultrà ha aggredito l’11 giugno scorso Jorvanenka Nobilini, nomade all’ottavo mese di gravidanza colpevole di avere suonato un citofono. A scordarsi di Giacomo sono stati gli organi di stampa, che non hanno ritenuto la notizia degna di andare oltre le pagine della cronaca locale; le istituzioni, che non hanno espresso in via ufficiale solidarietà alla famiglia o condannato il gesto dell’aggressore [il Comune di Torino si è limitato a pagare le spese del funerale]; le forze politiche di sinistra, forse scoraggiate dall’eventualità di perdere un’ulteriore fetta di consenso. La parte di cittadinanza informata si è limitata a esprimere un’indignazione di maniera: già qualcosa di meglio rispetto ai passanti che hanno assistito indifferenti all’aggressione.
Il funerale di Giacomo comincia così, in una sala fredda nei seminterrati dell’ospedale dove gli unici italiani non nomadi sono alcuni rappresentanti del mondo dell’associazionismo e i quattro agenti di polizia penitenziaria che scortano il padre del bimbo, in carcere da quattro mesi per avere commesso un furto. All’aggressore, accusato dell’omicidio di Giacomo e del tentato omicidio di sua madre, sono stati concessi dopo due giorni gli arresti domiciliari. E’ ancora presto per affermare con certezza che la causa diretta del decesso del bambino siano stati i colpi sferrati dell’ultrà, dato che i risultati dell’autopsia non verranno resi noti prima della fine di luglio. Non è invece troppo presto per domandarsi cosa sarebbe accaduto a parti invertite, vale a dire se un rom avesse aggredito violentemente una donna italiana in avanzato stato di gravidanza. «Fin troppo facile immaginare una campagna stampa a titoli cubitali, una rinnovata emergenza sicurezza e qualche campo nomadi in fiamme – spiega Carla Osella, Direttrice nazionale dell’Aizo [Associazione italiana zingari oggi] – ma anche e soprattutto l’indignazione di chi adesso tace. Per i nomadi questo è un periodo assai buio in tutta Europa, ma in Italia a loro non è più concesso il minimo errore: noi stiamo lavorando molto per fare in modo che arrivino a comprenderlo per salvare loro stessi». In seguito all’aggressione, l’Aizo ha reso pubblico un appello contro la violenza e la discriminazione di rom e sinti già rilanciato nei giorni scorsi sulla home page del sito di Carta.
La cerimonia è rapida, un quarto d’ora circa. Un prete africano legge, rivolto alla piccola bara, le Beatitudini del Vangelo di Matteo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Lo fa quasi a rassicurare i genitori e gli altri familiari che da qualche parte ci sarà, che deve esserci un luogo nel quale l’ingiustizia che hanno subito troverà rimedio.
La dignità del dolore di queste persone, fatta di lacrime silenziose e sguardi rivolti verso il basso, non lascia trapelare speranza né desiderio di vendetta. Il piccolo corteo lascia l’ospedale e si dirige verso il cimitero monumentale, dove avverrà la sepoltura. Quella che sarebbe stata la famiglia del piccolo vive in Italia da più di trent’anni ed è attualmente insediata nel campo di strada dell’Aeroporto, alla periferia nord della città. Jorvanenka ha fatto la mediatrice culturale e ha lavorato in un call center, ma non cerca alibi né usa ipocrisie: «Nella mia famiglia c’è chi ha compiuto piccoli furti, come mio marito, e io a volte chiedo l’elemosina anche se so che dà fastidio a molte persone – racconta – lo facciamo per bisogno ma non siamo santi, però questo non giustifica quello che è successo. In Italia le cose stanno cambiando, molta gente vuole la nostra scomparsa perché ci odia o ci teme e questo ci fa paura. Ma io sono nata qui e amo gli italiani, ho solo avuto la sfortuna di incontrare una persona cattiva come ce ne sono anche tra la mia gente». Suo padre si rivolge con gratitudine ai pochi gagiò presenti e chiede soltanto di fare in modo che la storia non venga dimenticata affinché Giacomo non muoia per la seconda volta e un episodio simile non debba ripetersi. Davanti al comportamento di questa gente non è possibile non pensare al pregiudizio che la perseguita. Gli zingari rubano i bambini, si dice: eppure l’ultima condanna di un rom per sottrazione di minore risale al 1986. Gli zingari non mandano i loro figli a scuola, pensano in molti: ma quando il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha fatto sgomberare il Casilino 900 a Roma si è guardato dal dire che l’indice di scolarizzazione tra i bambini di quel campo era dell’84 per cento. Si potrebbe proseguire a lungo, ma per il piccolo Giacomo è già l’ora della sepoltura. La sua casa sarà il campo infanti del Monumentale, mezz’ora buona a piedi dall’ingresso, un prato costellato di girandole colorate, palloncini e pupazzi appoggiati alle piccole lapidi.
Una volta calata, la piccola bara viene bagnata con il vino. Sulla terra intorno viene versato del latte, a rappresentare il sangue del piccolo e l’alimento del quale avrebbe avuto più bisogno. Poi la targhetta sulla lapide, che a differenza di tutte le altre porta una data unica: 11 giugno 2010. Perché a Giacomo, in nome del pregiudizio e dell’intolleranza, non è stato concesso di nascere né di provare a farlo. Adesso il silenzio e l’assenza della città sono insostenibili.

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