Ma la cosa più esilarante, che mettiamo in risalto da mesi, è che l'invio dei dati alla Brunetta sembrano essere un optional: li manda chi vuole; chi, magari perchè confronta un periodo "buono" con un periodo di influenza diffusa, può presentare dati belli da ammirare. Gli altri, nisba: non mandano niente, non succede niente. Ora questo studio dell'Espresso smaschera le balle di questo esaltato. Tafanus
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Il primo: l'analisi si limita agli enti che ci tengono a farsi belli della propria virtuosità (mentre gli asini se la battono).
Il secondo: nei suoi conti mancano all'appello grossi pezzi dell'apparato statale - come l'istruzione e le forze di polizia - nonché ministeri o comuni importanti.
Il terzo: le sue statistiche tagliate con l'accetta spesso finiscono col premiare chi non se lo merita e punire chi non ha colpa. Senza dimenticare che gli stessi dati del ministero iniziano a riconoscere che l'onda si sta ritirando.Che il travet non abbia più così paura degli strali di Brunetta, infatti, è proprio il suo ministero a raccontarcelo. La riduzione delle assenze per malattia registrata a settembre dello scorso anno, quando si era raggiunto il meno 44,6 per cento, è stato il picco dal quale poi non si è fatto altro che scendere. In modo graduale, ma inesorabile: meno 41 a novembre, meno 33 ad aprile, meno 27 a giugno, per finire con il meno 17 di luglio. Mai come in quest'ultimo mese ci sono state tante amministrazioni che hanno invertito la tendenza, col meno che si è andato trasformando in più. Al Comune di Napoli le assenze si sono impennate del 30 per cento, nonostante il fatto che a palazzo San Giacomo i dipendenti siano diminuiti. Anche l'altra grande città del Regno delle due Sicilie, Palermo, si distingue per la propria indifferenza al ministro-castigatore. Fra gli uffici che hanno lavorato meno, negli ultimi quattro mesi dell'anno scorso, ci sono quelli addetti a raccogliere soldi per il Comune (servizio Tributi e Tarsu). Alla faccia della lotta all'evasione.
Appellandosi alla collaborazione delle singole amministrazioni, il ministero infatti non pubblica tutti i numeri degli enti - né potrebbe - ma solo quelli inviati di loro spontanea volontà. Per capirci, è come se a scuola venissero interrogati solo i ragazzi che si offrono volontari: ai somari per cavarsela basta stare zitti. "Però in questo modo il campione non è rappresentativo, e i risultati tanto strombazzati non hanno alcun valore scientifico, perché inevitabilmente sovrastimano la realtà", aggiunge Zanella. "Mi aspetto che i prossimi dati ufficiali della Ragioneria generale dello Stato, che rappresenteranno la prova del nove, ridimensionino quel 40 per cento di Brunetta", conclude il ricercatore senese. Facendo piazza pulita della retorica politica.
Il paradosso di Sondrio Che i numeri del ministero siano tutt'altro che uno specchio fedele della realtà lo si capisce anche da altre falle, più o meno grandi. Prima di tutto c'è quella postilla con cui si avvertono i lettori che nell'analisi mensile non rientrano scuola, università, regioni e pubblica sicurezza (...ma che cazzo resta dentro, il ministero della papi opportunità?...). Cioè un bel pezzo d'apparato statale. Inoltre, gli stessi enti i cui dati trovi un mese, magari latitano il mese prima. Tanto che spiccano frequenti assenze di lusso: a luglio mancavano i dati del ministero degli Interni e di quello dei Trasporti, della Provincia e del Comune di Milano, dei Comuni di Torino, Bari e Venezia. Quasi tutti, ad eccezione del Viminale e del capoluogo pugliese, erano invece presenti nella rilevazione del mese precedente. Infine, a scapito delle verità di Brunetta va la scarsa collaborazione delle amministrazioni nel loro insieme: meno della metà delle 10 mila burocrazie italiane compila i moduli on line. Certo oggi va meglio che agli inizi, quando già nei primi cinque mesi dall'approvazione della legge 133 Brunetta aveva sbandierato il suo famoso 40 per cento: all'epoca solo il 15 per cento di quella che è l'intera burocrazia italiana aveva risposto alle sollecitazioni ministeriali. [...]
C'è poi un ultimo errore da prendere in considerazione, del quale già avvertono a scuola quando ti insegnano a fare la media fra due numeri: se io mangio due polli e tu non mangi niente, se non stai attento finisci col sostenere che abbiamo mangiato un pollo a testa. È il malinteso in cui si incappa prendendo alla lettera i dati di Brunetta. Se scorri i numeri più aggiornati fra quelli forniti dal ministero, al secondo posto nella top ten trovi il Comune di Sondrio, con un aumento delle ore di assenza per malattia di oltre il 90 per cento rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Che sia Sondrio, proprio la terra natìa di Giulio Tremonti, la capitale dei fannulloni d'Italia? Non esattamente. A un'analisi appena meno superficiale, infatti, ti accorgi di come stiano le cose in realtà. "Quella del ministero è una statistica piuttosto rozza", contesta Alcide Molteni, sindaco del comune lombardo: "Ora, io ho circa 150 dipendenti. Tre di questi hanno malattie croniche che li obbligano a casa tutto l'anno, chi per l'infarto, chi per seri problemi polmonari, e loro da soli coprono gran parte delle assenze. Ad agosto, per esempio, su 87 giorni di malattia, in tre ne hanno fatti 62, e tutti gli altri ne hanno fatti 25". (...in altri termini, il non detto della brunetta è che a Sondrio i tre malati cronici sono stati assenti tutto il mese, mentre gli altri 147 dipendenti hanno fatto 62 giorni complessivi d'assenza: meno di mezza giornata a testa...Professor Brunetta, e se tornasse a scuola?...)
Un mini-risultato Insomma, malati cronici, donne con figli, ma di fannulloni puniti, per ora, neanche l'ombra. Fatta la tara, che cosa resta concretamente di questa 'cura Brunetta'? Secondo Zanella, in ultima analisi, si potrebbe parlare di un 10 per cento in meno di assenze. Ma qui finisce. "Il fatto che quest'anno i numeri del ministro si siano ridotti è normale, perché le assenze non possono continuare a calare all'infinito". Un effetto, quindi, c'è stato, ma è "un puro effetto di prezzo, dovuto alla decurtazione dallo stipendio dei giorni di assenza. Se oggi le arance costano un euro, e domani due, ne comprerai di meno. Qui è la stessa cosa. Ognuno fa i propri conti: prima potevo ammalarmi quanto volevo, adesso non più, quindi cercherò di fare meno assenze. Allora si raggiunge un nuovo equilibrio, in cui le assenze tornano a essere costanti". Certo è che però non basta tenere la gente in ufficio (magari con 38 di febbre) per farla essere produttiva. "La soluzione non è costringere la gente ad andare al lavoro in qualsiasi condizione di salute, visto che si può arrivare a perdere fino a 50 euro al giorno in caso di malattia", contesta Michele Gentile della Cgil: "Quel che servirebbe, in realtà, sarebbero più controlli da parte dei dirigenti, cosa che nel privato avviene molto più che nel pubblico", suggerisce Gianni Baratta della Cisl. Insomma, conclude Gentile, "la diagnosi è giusta, ma la terapia è sbagliata".
(di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli - l'Espresso - 0 settembre 2009)