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21 luglio 2010 3 21 /07 /luglio /2010 12:49

Un blogger americano prova che la società petrolifera ha “taroccato” maldestramente una foto del suo “Centro crisi” di Huston. Volevano infondere sicurezza, si sono invece dimostrati dei dilettanti del fotoritocco


16bzk3q BP ritocca con Photoshop le foto sul disastro del Golfo


Da quando è cominciata la “crisi nel Golfo” del Messico, a seguito dell’incidente avvenuto sulla piattaforma petrolifera della British Petroleum, ed il conseguente disastro ambientale dovuto alle svariate tonnellate di petrolio che si sono riversate in questo lungo periodo di tempo nel mare, proprio davanti alla costa sud-orientale degli Stati Uniti, la multinazionale inglese ha cercato di infondere nell’opinione pubblica, sostanzialmente, due messaggi. Il primo, teso a tranquillizzare, con l’annuncio di sempre nuove soluzione tecnologiche a disposizione per cercare di risolvere il problema, nonostante una sfilza di incredibili fallimenti si siano rapidamente susseguiti. Il secondo, invece, più legato alla comunicazione e alle relazioni con l’esterno, volto a dimostrare che la società britannica, il suo management ed i suoi tecnici stessero lavorando davvero sodo per trovare una soluzione definitiva. Famose sono diventate le foto del “Centro crisi” di Houston rilasciate della stessa BP, con lo scopo di dare l’impressione di quanto fosse serio ed importante l’impegno profuso e le capacità tecnologiche – degne di quelle del Pentagono o della Nasa – attivate per affrontare responsabilmente la devastante fuoriuscita di combustibile.


wl0e1 BP ritocca con Photoshop le foto sul disastro del Golfo


QUELLE FOTO SONO STATE TAROCCATE - Una sincera strategia comunicativa o, invece, una conscia disinformazione tesa a minimizzare i pericoli ed attenuare le pressioni del governo americano e della stessa opinione pubblica? Il dubbio è venuto ad un blogger americano, John Aravosis di Americablog che ha scoperto qualche prova molto convincente circa la “manipolazione” delle foto fornite dal “Centro crisi” della BP. “Una manipolazione digitale fatta – sostiene Aravosis – col noto software di editing fotografico, Photoshop”. Aravosis ha zoomato su sette diverse sezioni della foto originale fornita dalla BP, ed in ognuna di questa è stata riscontata una palese manipolazione. (Qui le trovate tutte e sette).  Insomma, la foto è stata “ritoccata”, un po’ come si fa con i fianchi o il seno di certe modelle ed attrici non troppo procaci. Nell’immagine accanto, l’operatore e le immagini sullo schermo sono state in modo pacchiano “incollate”. Un fotomontaggio, quindi nemmeno tanto ben riuscito. Aravosis scrive: “Un lettore più attento del mio blog notò che le “meta-informazioni” (le informazioni contenute nelle immagini, leggibili con appositi programmi, oppure con un editor di testi) della foto riportavano come data di creazione l’anno 2001 e non il 16 luglio 2010 come ha affermato sul suo stesso sito la BP”. Insomma, secondo il blogger americano, BP ha preso una foto dal 2001, l’ha manipolata per farla sembrare il suo “Centro di comando” – nel luglio del 2010 – e ci ha incollato sopra le immagini della perdita del petrolio (lo schermo sullo sfondo). Le foto, guarda caso, sono state poi rimosse dal sito web della British Petroleum.


SE N’È ACCORTO PURE IL WP - Steven Mufson reporter dell’autorevole quotidiano della capitale Usa, ha ripreso la storia proprio da quel punto. “Scott Dean – scrive Mufson – un portavoce di BP, ha detto che non c’era nulla di “sinistro” in quelle foto. La modifica era dovuta ad un’alterazione dell’originale (per BP del luglio 2010). Un fotografo che lavora per la società ha inserito le tre immagini nei punti in cui gli schermi video erano vuoti. Normalmente usiamo Photoshop solo per le finalità tipiche della correzione del colore e del ritaglio. In questo caso sono state copiate e incollate tre immagini nella foto originale sui tre schermi che non erano in quel momento accesi”. Un po’come in quel vecchio spot pubblicitario di un noto televisore: “Potevamo stupirvi con effetti speciali”… Ricordate? Secondo Aravosis, tuttavia, “un fotografo professionista non farebbe mai errori così maldestri. E poi nell’immagine sono state incollate pure delle persone” (gli operatori). Il blogger, a questo punto, ci scherza sopra. “Se si manipola un’immagine del proprio Centro crisi, si può tranquillamente manipolare tutta la stessa crisi”. Già, magari con una foto in cui si dimostra che il petrolio non esce più dal fondale, oppure con un’altra dove si mostrano dei delfini, delle balene azzurre o delle tartarughe marine nuotare, tutti insieme, allegramente nella marea nera! Con Photoshop tutto è possibile, persino far ricrescere i capelli a Berlusconi, come ben sappiamo. Di certo, anche questo “particolare” ha dato un altro duro colpo alla credibilità di BP. Quando si dice che l’immagine è tutto.

 

 http://www.giornalettismo.com/archives/73466/ritocca-photoshop-foto-disastro/

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13 luglio 2010 2 13 /07 /luglio /2010 06:48

 

 

http://www.italiadeivalori-vicenza.it/home/files/immagini/articoli/Carnefici.jpg

 

Il racconto delle carceri libiche di due migranti somali catturati durante il loro viaggio verso l’Italia: «Poco cibo, nessuna medicina, frustate e mai una doccia. Dormivamo pressati l’uno sull’altro».

«Dormivamo ammassati in una piccola stanza. Eravamo almeno in 50, pressati l’uno sull’altro. Mangiavamo soltanto un panino al giorno o una manciata di riso, non potevamo lavarci e venivamo torturati con le scosse elettriche: ci mettevano, legati mani e piedi, in una vasca d’acqua e poi inserivano un cavo elettrico nell’acqua per qualche secondo. Se ci sentivamo male, era quasi impossibile avere le medicine necessarie. Molti si sentivano male ed erano abbandonati al loro dolore. E’ stato un vero e proprio inferno, in sei mesi di carcere ho perso 12 chili».
E’ il racconto della detenzione nella prigione di Cufra [al sud della Libia] del giovane A.H.Y, profugo somalo di 26 anni che, in fuga dal suo paese, dopo aver attraversato il Sahara, è stato catturato dai militari libici e incarcerato. La tragica esperienza, che il giovane racconta a margine dell’incontro al Meeting antirazzista dell’Arci a Cecina Mare [Li], risale al 2007 ma nei suoi occhi i ricordi sono ancora vividi. «Le condizioni di detenzione erano davvero disumane, non solo da un punto di vista fisico, ma anche psicologico. I militari ci urlavano nelle orecchie e ci maltrattavano. Dopo un mese di galera, ho dovuto lavorare altri cinque mesi all’interno del carcere per poter essere liberato». Mentre racconta si attorciglia i pantaloni per mostrare la sua ferita sulla coscia: «E’ stata una frustata che ho ricevuto da un militare del carcere».

Una storia ugualmente drammatica è quella di A.M.M., un altro giovane somalo di 20 anni. Lui è finito nelle mani di alcuni trafficanti di essere umani, che lo tenevano rinchiuso dentro un fatiscente deposito nei pressi della cittadina libica di Bengasi, nella parte settentrionale del paese, in attesa di venderlo ad altri trafficanti per il viaggio verso l’Italia. «Le condizioni in questa specie di garage – racconta il giovane – erano terribili e, insieme ad altri compagni, ho tentato la fuga. Dopo due giorni, i trafficanti mi hanno ritrovato. Mi hanno riportato nel luogo dal quale ero scappato e mi hanno percosso di botte. Sono svenuto, ho perso la memoria e quando mi sono risvegliato mi sono ritrovato in carcere. Ancora oggi i miei ricordi sono confusi, faccio fatica a metterli in ordine».

Entrambi i giovani, scappati dalla Somalia a causa della guerriglia che imperversa nei loro villaggi, hanno dovuto affrontare lunghissimi ed estenuanti viaggi attraverso il Sahara, e poi in barche di fortuna tra le onde del Mediterraneo.
Oggi vivono a Caltagirone, in provincia di Catania, dove lavorano come lavapiatti dopo aver seguito un progetto di reinserimento sociale.


www.redattoresociale.it

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5 maggio 2010 3 05 /05 /maggio /2010 04:56

 

 
I segnali che il modello di sviluppo scelto dall'essere umano ormai a livello planetario, a parte qualche piccola eccezione, sia sbagliato e possa portare all'autodistruzione sono innumerevoli. Dalla crisi economica mondiale, ancora in pieno sviluppo nonostante le dichiarazioni sempre ottimistiche del nostro governo, ai disastri ambientali come l'ultimo che si sta svolgendo nel golfo del Messico. Si pensava che questi segnali, sempre più frequenti e di maggiore gravità, facessero in qualche modo avere un ripensamento all'umanità intera per cambiare rotta e dirigersi verso modelli di sviluppo più orientati alla salvaguardia ed al rispetto dell'ambiente e dell'essere umano. Ma i recenti avvenimento e le politiche dei vari governi, chi più chi meno, lasciano poche speranze in tal senso.
La recente crisi economica mondiale ancora non ha prodotto tutti i suoi effetti e quanto sta avvenendo in Grecia, e forse avverrà fra poco in Spagna e Portogallo, ne sono un segnale inequivocabile. L'ingordigia del capitalismo non ha limiti ma la crisi greca pone una questione che fino ad oggi era forse stata trascurata o non sufficientemente analizzata dai media e dagli analisti. Fino ad oggi alla crisi finanziaria ed economica si era risposto con interventi diretti dello stato a favore di banche e di industrie private in modo da evitare il tracollo definitivo, questo è quanto è avvenuto negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e nel nostro piccolo anche in Italia. La crisi greca apre un altro fronte: quello del fallimento dello stato. In questo caso chi dovrà intervenire ? Ci si è interrogati a lungo in questi giorni ed alla fine si è convenuto che devono intervenire gli altri stati, ma ora il governo greco dovrà prendere provvedimenti seri e gravi. Chi pagherà a questo punto ? I soliti: operai e lavoratori dipendenti. Insomma il capitalismo tenterà di uscire dalla sua crisi riversando sulle classi più deboli e più facilmente intercettabili dei lavoratori dipendenti. Più o meno come è avvenuto in Italia in maniera diffusa e silenziosa, ma questa classe sociale fino a quando sarà disposta e sopportare ? In Grecia sembra si sia arrivati al limite ed i prossimi giorni diranno se siamo alle soglie di uno scontro sociale non indifferente.
Ma questa società non si limita a provocare danni solo nel settore economico e produttivo ma anche in quello ambientale. Quanto sta avvenendo nel Golfo del Messico è uno dei più grossi e gravi disastri ambientali che si siano mai verificati . Enormi quantità di petrolio stanno invadendo l'oceano con ripercussioni sull'ambiente marino che saranno gravissime. Su questo fronte molti governi, se pur a rilento, si stanno muovendo verso l'utlizzo e lo sviluppo di fonti energetiche alternative e rinnovabili. La indipendenza dal petrolio o dall'uranio è uno degli obiettivi che ogni governo lungimirante dovrebbe porsi sia per questioni economiche ma anche e soprattutto per problemi legati all'ambiente. Purtroppo ancora una volta il nostro paese rimane indietro dopo aver scelto la strada del nucleare, una strada lunga, che riproporra la questione degli approvvigionamenti come per il pertrolio e per il gas, ma soprattutto una strada pericolosa che non mette al ripari da disastri come quello che sta andando in scena nel golfo del messico.
Insomma l'umanità si muove velocemente si, ma in maniera poco integrata e soprattutto distruttiva sia verso se stessa che verso chi ci ospita: il pianeta e l'universo. Se si prosegue su questa strada le prospettive sono poco rosee.

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20 aprile 2010 2 20 /04 /aprile /2010 10:01

Portogallo: sì del Tribunale Costituzionale al matrimonio gay


di Aelred

http://anellidifum0.files.wordpress.com/2010/04/same-sex-marriage.jpg

In attesa che anche in Italia la Corte Costituzionale si esprima sul diritto delle persone omosessuali di contrarre matrimonio, dal Portogallo arriva un’ottima notizia per i diritti gay e in generale i diritti civili.

Il Tribunale Costituzionale, cui il presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva si era rivolto preventivamente, ha confermato la perfetta costituzionalità del progetto di legge sul matrimonio gay, approvato dal Parlamento, ma ancora non promulgato: 11 giudici hanno votato a favore e solo 2 contro. Ora il presidente ha 20 giorni di tempo per controfirmare la legge – che entrerebbe in vigore in tempo per la visita del Papa Benedetto XVI – o rimandarla indietro. In questo caso basterebbe una maggioranza semplice per superare il veto presidenziale e costringere Cavaco Silva alla promulgazione.

Ma che cosa ha stabilito il Costituzionale? È utile – e anche molto consolante – leggere la motivazione di questa sentenza che di fatto aggiunge il Portogallo all’elenco dei paesi in cui a gay e lesbiche è garantita la piena uguaglianza in tema di matrimonio: Olanda, Belgio, Sudafrica, Spagna, Canada, Svezia, Norvegia. Oltre ad alcuni stati Usa (Massachusetts, Connecticut, Iowa, Vermont, New Hampshire, Washington DC) e a Città del Messico e alcuni territori di Argentina e Brasile.

Per i giudici portoghesi la nuova legge non viola la Costituzione, perché non ha come effetto di rifiutare a qualcuno o ridurre il diritto fondamentale di contrarre (o non contrarre) matrimonio e inoltre perché il nucleo essenziale della garanzia costituzionale data al matrimonio non è minato dall’abbandono della regola sulla diversità di sesso fra i coniugi; e l’estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso non è in conflitto con il riconoscimento e la protezione della famiglia come “elemento fondamentale della società”.
Una della obiezioni sempre agitate dagli oppositori che qui in Italia – da sinistra e da destra – usano la nostra Costituzione contro l’uguaglianza dei diritti delle persone omosessuali.

Ma non è finita qui. Il Tribunale ha ovviamente tenuto in cosiderazione che il matrimonio regolato dalla Costituzione, tenuta in conto la realtà sociale e il contesto giuridico in cui fu redatta, era il matrimonio fra persone di sesso differente; ciononostante si può sicuramente concludere che non c’è alcun motivo di proibire l’evoluzione dell’istituzione; che [...] il legislatore non può sopprimere dall’ordinamento giuridico il matrimonio, in quanto istituto destinato a regolare le situazioni di comunione di vita tra le persone, nel riconoscimento dell’importanza di questa forma basilare di organizzazione sociale; [...] che il concetto costituzionale di matrimonio è un concetto aperto, che ammette non solo diverse conformazioni legislative, ma anche diverse concezioni politiche, etiche o sociale, essendo affidato al legislatore ordinario il compito di estrarre, in ogni momento storico, e inserire nell’ordinamento ciò che in quel momento corrisponda alle concezioni dominanti.

Una lezione altissima di diritto costituzionale e di capacità di interpretare i dettami di una Costituzione alla luce dell’evoluzione sociale e civile di un popolo. Ecco, forse è questa che manca al popolo italiano.

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9 aprile 2010 5 09 /04 /aprile /2010 07:49

 

http://www.portalestoria.net/IMAGES%20130/800px-AgustaA129_01%5B1%5D.jpg

Circola su Internet un filmato di quelli che i siti d’informazione accompagnano di solito con un’avvertenza - tipo: immagini molto crude - raggiungendo così il principale risultato di moltiplicare i contatti.
Viene dall’Iraq. C’è voluto un po’ di tempo per ottenere che venisse reso pubblico, ma eccolo. È una ripresa dall’alto, con il teleobiettivo, da un elicottero americano che sorvola un centro abitato. E a un certo punto spara. Prima su un gruppo di persone, forse scambiando per arma la telecamera di un giornalista della Reuter. Ammazza lui, il suo collega e tutti quelli che si trovano nei paraggi. Dopodiché aspetta e spara pure sul mezzo di soccorso arrivato a prelevare i feriti. Totale: 12 morti.
Paradossalmente, ciò che fa impressione non è l’immagine della strage: basta sforzarsi di credere che sia uno di quei film iper-realistici, con la telecamera che balla un po’ e le immagini volutamente sgranate. Quel che fa male è la colonna sonora. La conversazione radio fra l’elicottero e il quartier generale. Una conversazione tecnica che somiglia a quella fra un Dio e il suo Angelo Sterminatore. Forse è la distanza, la visuale dall’alto, ma uno si immagina che in una maniera simile Dio decida il destino degli uomini. Esistono dei piccoli problemi tecnici da risolvere, ma la dissipazione di una vita umana non è fra questi.
Altre notizie su questo Dio sull’elicottero: ogni tanto ridacchia, quando vede quelle formiche lì sotto arrancare per mettersi in salvo. È un Dio crudele e irridente, che giudica su basi indiziarie chi deve morire. Un Dio che però a sua volta è un uomo. Un uomo che crede di essere Dio e si comporta come se lo fosse sul serio. Ma allora esiste davvero Dio? E non pensa di intervenire nemmeno in casi del genere?

 

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14 febbraio 2010 7 14 /02 /febbraio /2010 23:08


E’ successo, ed era inevitabile. Per la causa e per l’effetto. Ineluttabile è la battuta di B, in perenne tensione goliardico-machista. Doverosa, la risposta della comunità albanese. Al solito, soffocata dalle riderie e dai “sciocchezze!” delle claque ammaestrate (si gusti l’orgiastica posa del Giornale in proposito). Sul blog del sito AlbaniaNews, un portale per albanesi residenti in Italia, appare una lettera aperta indirizzata proprio al Premier. Nella quale, impavidi, pretendono scuse pubbliche.

“Siamo profondamente indignati e offesi - dicono – dalle parole usate dal Primo Ministro italiano, durante la conferenza stampa congiunta con il suo omologo albanese Berisha tenutasi a Roma, Venerdì 12 febbraio 2010, a seguito di un summit bilaterale tra i governi dei due paesi. Berlusconi afferma :“«Faremo un’eccezione per chi porta belle ragazze». Nonostante il Premier italiano sia noto per le sue battute infelici, riteniamo che quanto da egli dichiarato sia un’affermazione offensiva nei confronti delle donne albanesi che vivono e lavorano onestamente in Italia e Albania, perché si prende beffa di una della piaghe sociali più gravi della transizione democratica albanese: la tratta di esseri umani”.

E sfido a contraddire, o a trovare l’inghippo dietrologo (se si fa eccezione per il rosso della bandiera albanese). Tuttavia, il comunicato continua crudo, col pugno di chi fulmina con gli occhi i buontemponi da sala d’attesa al pronto soccorso (invito al leggere l’originale). E a ben donde. Che il tipaccio, il presidente, il nostro, abbia giocato col giochino e poi accantonato, al solito, è ovvio: la mole di letame in arrivo da Firenze via Bertolaso è significativa. Ma non c’entra.

La filosofia è comunque quella, quella dell’escorteraggio – o del puttanismo proprio – che s’adopra al capo di Stato straniero promettendo a chiunque l’ingresso in Europa come se al botteghino Bruxelles c’avesse piazzato lui (da “Vieni, Tirana: ti porto in Europa!” a “Mi si suggerisca un refrain pro-israeliano..Ah? Tel Aviv nell’Unione? Capito capito..”), che s’adagia ripugnante sul corpo a gettoni, a serramanico fino alla prossima. Quella dei 100 complimenti diversi ai 100 delegati. La richiesta questi dodici ingenuotti albanesi l’hanno mandata. Vediamo se a qualcuno interessa.
 

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20 dicembre 2009 7 20 /12 /dicembre /2009 08:45

  http://sorgenia.files.wordpress.com/2009/09/foto_sorgenia_onu_logo.jpg

Caschi blu puniti per abusi.
 Cinquanta caschi blu Onu in missione di Peacekeeping nei paesi a rischio sono stati puniti per abusi. Una vicenda che va dalla Costa d'Avorio a Haiti. Messo in sostanza con le spalle al muro, il Media Center dell'Organizzazione delle Nazioni Unite non ha potuto che confermare una voce che da tempo girava negli ambienti: negli ultimi tre anni almeno 50 caschi blu delle missioni di Peacekeeping dell'Onu sono stati puniti per aver commesso stupri e altri generi di abusi sessuali. Un dato che sicuramente potrebbe, se analizzato a fondo, rivelarsi dieci volte inferiore rispetto a quello reale. Infatti, sarebbero molti di più, almeno 450, i casi di abuso commessi dai soldati delle varie missioni di pace sparse per il pianeta. E perchè allora solo 50 di loro sono stati puniti? Per un motivo molto semplice. L'Onu in queste situazioni non può fare altro che indagare sulle violazioni commesse dai caschi blu mentre l'azione giudiziaria è affidata ai governi nazionali dei Paesi di origine del personale. Insomma, se un casco blu di nazionalità brasiliana commette in Haiti un reato come quello dello stupro non può essere giudicato né dal governo haitiano né da un tribunale Onu ma solo ed esclusivamente da un giudice brasiliano. Agghiacciante ciò che è stato raccontato alcuni mesi fa da Save the Children. Secondo un rapporto dell'Ong, infatti, più della metà dei giovani intervistati in Haiti, Costa D'Avorio e Sudan, avrebbe ammesso di essere entrato in contatto con persone che dicevano di aver subito abusi da parte del personale delle missioni di Peacekeeping. E non è difficile immaginare come questi dati siano reali. In Haiti ad esempio molto spesso, forse troppo, si è parlato di stupri sulle giovani donne del Paese da parte dei caschi blu. Nei quartieri periferici, come ad esempio Martissant, è lo sfruttamento della prostituzione il problema principale. Come conferma anche l'ambasciatore dell'Unione Europea Francesco Gosetti di Sturmeck. "Circa un anno fa - dice l'ambasciatore dal suo ufficio di Petion Ville, quartiere residenziale della disastrata capitale Port au Prince dove si trova l'ambasciata Ue- c'era un problema importante legato, se ricordo bene, a un contingente che controllava il quartiere di Martissant. Si é parlato di sfruttamento della prostituzione, di traffico di droga. La Minustah (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite) ha aperto un'inchiesta e preso misure correttrici". E sembra anche che poco tempo fa il comando generale delle missione abbia emesso nuove linee guida per il comportamento dei soldati, ai quali sarebbe stato ovviamente richiesto di non frequentare prostitute locali. Inoltre, gli stupri in Haiti sono quasi all'ordine del giorno e lasciano segni indelebili sulla psiche di chi li subisce. Oltre al danno fisico, infatti, si deve aggiungere quello psicologico. Non solo. Una donna che subisce stupro nell'isola che una volta era considerata la perla dei Caraibi, viene rifiutata dalla società, emarginata e a tutti gli effetti si trasforma in una persona senza diritti. E se poi dopo lo stupro resta anche incinta non le viene garantito un dignitoso supporto clinico sanitario. Oltre a questo, si moltiplicano anche i casi di morte legata a complicazioni della gravidanza.
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21 luglio 2009 2 21 /07 /luglio /2009 07:06

Le testimonianze di alcuni eritrei respinti in Libia in questi ultimi anni dal governo italiano, a spese del governo italiano e con mezzi italiani. E ridotti in schiavitù.

L’Eritrea sta investendo molto nel turismo. Lungo il mar Rosso ad esempio, a metà strada tra Massawa e Assab, c’è un albergo a Gel’alo che nessun turista dovrebbe perdersi, specialmente se italiano. Se non altro perché è stato costruito da esuli eritrei costretti ai lavori forzati dopo essere stati arrestati sulla rotta per Lampedusa e rimpatriati dalla Libia su voli finanziati dall’Italia. Proprio così. Non chiedete spiegazioni all’ambasciata eritrea, potrebbero fraintendere. Secondo la propaganda della dittatura infatti, quell’hotel è frutto del coraggio della gioventù eritrea, e in particolare delle forze armate, dal 2002 impegnate in un programma di sviluppo del paese, denominato Warsay Yeka’alo. Noi invece le spiegazioni siamo andate a chiederle agli unici tre che da quell’inferno sono riusciti a scappare e che oggi vivono in Europa. Hanno accettato di parlarci, ma sotto anonimato e a patto di non svelare la città dove oggi vivono sotto protezione internazionale.


I fatti risalgono al maggio del 2004. Un vecchio peschereccio diretto a Lampedusa con 172 passeggeri, in maggior parte eritrei, invertì la rotta dopo essere finito alla deriva e si arenò davanti alla costa libica. Nel panico generale si dettero tutti alla fuga, ma la maggior parte furono arrestati. Dopo un mese nel carcere di Misratah, vennero trasferiti in una prigione di Tripoli. D. aveva ancora le piaghe delle ferite aperte. Insieme a due amici erano stati picchiati e torturati per tre giorni in cella di isolamento per un fallito tentativo di evasione. Un giorno di buon mattino si presentò un’unità speciale dell’esercito. “Caricarono un gruppo di eritrei su un camion, nessuno di noi immaginava cosa sarebbe accaduto, pensavamo si trattasse dell’ennesimo trasferimento”. E invece no. Erano diretti all’aeroporto militare di Tripoli. Dove ad attenderli c’era un aereo della Air Libya Tibesti. Era il 21 luglio del 2004. Nel giro di 48 ore, sotto l’occhio discreto dell’ambasciatore eritreo a Tripoli, partirono altri tre aerei, che rimpatriarono un totale di 109 esuli.

Ad attenderli all’aeroporto di Asmara c’era l’esercito. Dopo un rapido appello furono caricati su dei camion militari e portati a Gel’alo, sul mar Rosso. Non era un carcere, ma un campo di lavori forzati. Fuori città, in una zona arida e isolata. La struttura era circondata da un fitto bosco di arbusti spinosi, che rendevano impossibile ogni tentativo di fuga. Mantenuti sotto strettissima sorveglianza, ogni giorno marciavano scortati dai militari armati per lavorare al cantiere del nuovo albergo di Gel’alo, simbolo del progresso dell’economia del Paese. I prigionieri erano circa 500. C’erano i cento deportati dalla Libia e i duecento deportati da Malta due anni prima, nel 2002. Gli altri erano disertori dell’esercito arrestati lungo la frontiera mentre tentavano di fuggire clandestinamente dall’Eritrea verso il Sudan. La giornata tipo iniziava con l’appello, alle cinque del mattino e poi dalle sei al lavoro nei cantieri, sorvegliati e bastonati dai militari, scalzi e denutriti, in una delle zone più calde del deserto eritreo, dove le temperature sovente superano i 45°. Per pranzo e per cena il menù era pane e acqua. Rimasero in quelle condizioni per dieci mesi, fino al 30 maggio del 2005. Dopodiché furono trasferiti nel campo di addestramento militare di Wi’yah per essere reintegrati nell’esercito, per il servizio di leva a vita. Tutto questo senza essere autorizzati a ricevere visite o telefonate dei propri familiari, tenuti all’oscuro del loro destino.

La loro storia è confermata da un quarto testimone. Si tratta di uno dei 232 esuli eritrei rimpatriati da Malta nel settembre del 2002 e intervistato dalla documentarista eritrea Elsa Chyrum nell’agosto del 2005. Testimone oculare della morte per stenti di alcuni dei prigionieri per la durezza delle condizioni di lavoro, la denutrizione e la mancanza di cure. “Tutti sanno – dice – che Alazar Gebrenegus, del gruppo dei deportati da Malta, morì per la mancanza di cure, implorando un’arancia”. E se la fame, la sete e il caldo non erano abbastanza, continua il rifugiato, “i prigionieri erano continuamente picchiati”.


Anche questa notizia trova conferma in una terza fonte. Nel rapporto “Service for Life”, pubblicato lo scorso 20 aprile da Human Rights Watch, c’è un intero capitolo dedicato alle torture. Elicottero, otto, ferro, Gesù Cristo, gomma. I nomi in italiano delle tecniche di tortura lasciano supporre che siano eredità delle nostre forze coloniali. Il rapporto conferma che un gruppo di 109 eritrei venne rimpatriato nel 2004 dalla Libia e si sofferma anche sul destino dei rimpatriati da Malta nel 2002. Vennero rinchiusi nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Dahlak Kebir, in celle sotterranee, in condizioni di estremo sovraffollamento, e tenuti alla fame.

Quasi tutti i 3.000 eritrei sbarcati nel 2008 in Italia hanno ottenuto un permesso di soggiorno di protezione internazionale. Eppure l’Italia fa di tutto per bloccarli prima. E non è soltanto la storia dei 76 eritrei respinti in Libia lo scorso primo luglio. Né dei 700 che da tre anni sono nel carcere di Misratah, in Libia. È una storia che inizia proprio con E., D. e M. Già, perché i quattro voli che deportarono il gruppo di 109 rifugiati furono commissionati e pagati dall’Italia, all’interno degli accordi di cooperazione contro l’immigrazione firmati nel 2003 con Gheddafi.


Lo dice un documento riservato della Commissione Europea. C’era anche un quinto volo, ma non arrivò mai a destinazione. Perché fu dirottato. Proprio così. Era il 27 agosto del 2004. Gli 84 passeggeri presero il controllo dell’aereo e atterrarono a Khartoum, dove vennero riconosciuti come rifugiati politici dalle Nazioni Unite. Peccato, avrebbero potuto contribuire anche loro al Warsay Yeka’alo Program

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10 luglio 2009 5 10 /07 /luglio /2009 00:14



Come da copione e nonostante la perizia mediatica di Silvio Berlusconi, il G8 sta ancora una volta decidendo di non decidere nulla. L’accordo sul clima che avrebbe dovuto essere un fiore all’occhiello del summit a guida italiana, è saltato, anche nella sua versione «soft»: taglio del 50 per cento delle emissioni entro il 2050. Una misura che gli scienziati oltre che i movimenti ambientalisti considerano largamente insufficiente per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici. E’ uno strano caso di matematica politica: otto più cinque [Cina, India, Messico, Brasile e Sudafrica], più uno [Egitto], uguale zero. In compenso, però, i comunicati ufficiali dicono che il gruppo «G14» che ha dato così scarsa prova di sé al debutto sarà trasformato in una struttura stabile. Il club cresce per cooptazione: non migliora in credibilità o efficacia, ma alle feste ci si diverte di più.
Ciò che invece i «leader mondiali» avrebbero deciso è che il cambiamento climatico deve essere «limitato» a 2 gradi centigradi. Ci verrà spiegato che è una decisione storica, in realtà è poco più di una costatazione. Gli scenziati di cui sopra, quelli dell’International panel on climate change, considerano un aumento di due gradi della temperatura come un fatto ormai inevitabile, data la pigrizia dei grandi inquinatori a ridurre le emissioni. E’ colpa della Cina, sostengono dalla caserma di Coppito gli altri «grandi», che però non dicono nulla per i massacri di Urumqi contro gli uiguri musulmani. Quando il finto accordo sui due gradi si dimostrerà per quello che è, probabilmente la colpa sarà attribuita al Pianeta Terra, così testardo nel voler ignorare le decisioni di questi arroganti bipedi.
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25 giugno 2009 4 25 /06 /giugno /2009 23:42
Qual è la velocità del sogno? Non lo so.

Dove c'era memoria, oggi c'è oblio. Al posto della giustizia, elemosina. Al posto della patria, un mucchio di rottami. Invece della memoria, immediatezza. Invece della libertà, una tomba. Al posto della democrazia, uno spot pubblicitario. Invece della realtà, cifre.

Loro, quelli in alto, ci dicono: "Questo è il futuro che ti abbiamo promesso, goditelo." Questo ci dicono, e mentono. Questo futuro somiglia troppo al passato.

E, se guardiamo con attenzione, forse vediamo che loro, quelli in alto, sono gli stessi di ieri. Quelli che, come ieri, oggi ci chiedono pazienza, maturità, buonsenso, rassegnazione, resa. L'abbiamo già visto, l'abbiamo già sentito.

I poveri, i diseredati, cioè, l'immensa maggioranza dell'umanità, sono confiscati e relegati. Confiscati della loro dignità, relegati nelle periferie delle grandi città, ai margini dei programmi governativi, negli angoli del futuro che adesso si decide, in alcuni paesi, non nei parlamenti o nelle sedi nazionali di governo, bensì nelle riunioni degli azionisti delle multinazionali.

Oggi lo sfruttamento è più brutale come mai prima nella storia dell'umanità, oggi il cinismo è credo filosofico di chi vuole governare il pianeta, cioè, di chi possiede tutto, meno la vergogna.

Oggi la guerra contro l'umanità, cioè, contro la ragione, è più mondiale che mai. Oggi la guerra è su tutti i fronti ed in tutti i paesi. Se ieri era un dovere opporsi, lottare, resistere di fronte alla stupida logica del profitto, oggi è semplicemente e assolutamente, una questione di sopravvivenza individuale, locale, regionale, nazionale, continentale, mondiale.

La nostra lotta, cioè, il nostro sogno, non finisce. Nel nostro sogno, il mondo è un altro, ma non perché qualche "deus ex machina" ce lo regala, bensì perché lottiamo, nella permanente veglia della nostra veglia, perché in quel mondo sorga l'alba...

Subcomandante Insurgente Marcos

Dalle montagne del Sudest Messicano -
Messico, Settembre 2004
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Published by maurizio - in POLITICA ESTERA
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