Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
26 giugno 2010 6 26 /06 /giugno /2010 07:31

http://www.italianissima.net/imgarticoli/nuti-merini-rasoi200.jpg

 

"Questa raccolta Nuti-Merini è nata da un sodalizio d'amore, ma anche dalla disperazione nel vedere che la cultura non mette sane radici: è una specie di rivolta anche patriottica che si sta perdendo nell'universo. In amore ci si affianca: non è soltanto un egoistico guardarsi negli occhi, ma anche una comunione della propria felicità con gli altri. È un convivio amoroso. La musica allevia le sofferenze mentre la poesia a volte crea la solitudine. Spero che questo sodalizio Nuti-Merini arrivi al cuore di tutti, di chi ci ama, perché vuole essere una resurrezione del corpo e dell'anima". Alda Merini

 

"Rasoi di seta" è un disco ricco di suoni multietnici: Giovanni Nuti, co-autore anche della maggior parte degli arrangiamenti, ha coordinato circa 80 musicisti, fra cui una numerosa orchestra d'archi, con la collaborazione di Daniele Ferretti, Stefano Cisotto e Roberto Arzuffi.

"Rasoi di seta" contiene 21 brani tra cui 9 poesie inedite ("La zanzara", "La verza", "Il bacio", "Il mio amore ha quattro gatti", "Un'amante per ogni sospiro", "Clochard", "Nei giardini dei poeti", "Il violinista piange" e "Sull'orlo della grandezza" ), 4 titoli presenti anche nel cd "Milva canta Merini" ("Nella notte che geme il tuo patire", "Gli inguini", "Prima di venire" e "L'albatros") e 8 poesie già pubblicate "I Poeti" (duetto con Simone Cristicchi), "Com'è Grande Il Pensiero Del Mare", "Il Grido", "Le Osterie", "Io Come Voi", "I Sandali", "Amore", "E C'era Una Volta".

 

NELLA NOTTE CHE GEME IL TUO PATIRE
"Trovo in te che sei divino/l'ansia di questo fervido divieto"
 

GLI INGUINI
"Dagli inguni può germogliare Dio"
 

I POETI (duetto con Simone Cristicchi)
"Siamo osti senza domande/riceviamo tutti solo che/abbiano un cuore" 

 

LA ZANZARA "Prego intensamente/di diventar demente/per non soffrire più" 

 

COM'È GRANDE IL PENSIERO DEL MARE
"Vedessi come piango un pianto universale/un amore così bello non doveva far male" 

 

IL GRIDO
"Il mio sperma bevuto dalle sue labbra/era la comunione con la terra"
 

PRIMA DI VENIRE
"Prima di venire/dimmi che sei già andata via"
 

LE OSTERIE
"Meglio, si, meglio/l'indagine sorda delle scorrevolezze di vite"


  LA VERZA
"E quando raccontai a tutti/che al posto di una verza/io ho visto un giardino/mi hanno rinchiuso per sempre"
"Un giorno sotto un cavolo che mi sembrò una rosa"… 

 

IL BACIO
"Tutti mi guardano con occhi spietati/Non conoscono i nomi delle scritte sui miei muri/e non sanno che sono firme degli angeli/per celebrare le lacrime che ho versato per te"
 

IO COME VOI
"Io come voi non sono stato ascoltato e ho visto le sbarre/del silenzio crescermi intorno e strapparmi i capelli/io come voi ho pianto, ho riso e ho sperato" "Io come voi sono stato sorpreso mentre rubavo la vita" 

 

IL MIO AMORE HA 4 GATTI
"Ama il gatto perché è ingrato/enon chiede più di tanto/il mio amore è così"
 

UN'AMANTE PER OGNI SOSPIRO
"Eppure nessuno ha capito/che quando andavo a letto/scendevi dal solaio/e facevamo l'amore"
 

CLOCHARD
"E forse mandi/anche un orrevole odore/ma non più di certe bestie/chiamate uomini/che sono capaci di uccidere" 

 

I SANDALI
"Buttali in testa al Signore/che ci ha diviso il cuore"
 

NEI GIARDINI DEI POETI
"L'uomo per sé vuole le cose eterne/e non sa come dirlo all'altro/che non ha capito niente"
 

AMORE "Dio, Dio, sempre Dio/che sei più forte degli amplessi/e dei teneri amori/che fai crescere le fontane/…Tu sei un Dio di Amore"
 

E C'ERA UNA VOLTA
"Ombra e cammino e donna, furono soltanto catene"
 

L'ALBATROS
"Qualcuno mi ha tagliato la gola/per riderci sopra/ non so"
 

IL VIOLINISTA PIANGE
"Sentire il male che mi fai ogni giorno/sognarti e non vederti è per me/la più atroce delle croci"
 

SULL'ORLO DELLA GRANDEZZA
"Ad un certo punto/ti senti bello come Lucifero/e non sai che questa resurrezione/non è un'adolescenza/ma è la maternità della luce/che hai sempre avuto nel grembo"

 

Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
25 giugno 2010 5 25 /06 /giugno /2010 12:24

 

http://www.stefanobollani.com/public/Bollani_cov_CARIOCA300dpi%20%282%29_s.JPG

 

Stefano Bollani presenta “Bollani Carioca”, il progetto originale in cui affronta il repertorio meno conosciuto della musica brasiliana rileggendo autori storici dello choro e del samba, come Pixinginuha, Edu Lobo, Ismael Silva, Nelson Cavaquinho, Chico Buarque e affrontando
brani della nuova generazione di autori come Monica Salmaso e Ze’ Renato. L’idea del progetto nasce nel 2006 quando Stefano Bollani viene invitato con il suo quintetto, I visionari, a suonare al Tim festival di Rio de Janeiro. Da anni l’amico Alberto Riva, giornalista e esperto di musica, immagina con lui un disco con cui rileggere il repertorio carioca più raro mettendo il pianoforte di Bollani al centro del progetto, al posto del cantante. Contattato il sassofonista Ze’ Nogueira, al quale viene affidato il compito di mettere insieme il gruppo e organizzare la registrazione, ecco partire la nuova avventura. In tre giorni viene realizzato a Rio un disco uscito poi in tutte le edicole italiane in allegato con l’Espresso. Insieme con Bollani ci sono Mirko Guerrini e Nico Gori, i fiati de I visionari, insieme ad alcuni fra i più importanti musicisti brasiliani: Jorge Helder, Armando Marçal, Jurim Moreira e Marco Pereira.

 


Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
20 maggio 2010 4 20 /05 /maggio /2010 06:17

http://festival.blogosfere.it/images/Stones_Exile_cover-thumb.jpg

 

 

 

 

Da ieri è disponibile in Italia la versione rimasterizzata di "Exile on main street", uno dei più significativi album della storia del rock.
Saranno pubblicate, inoltre, le versioni deluxe che contengono 10 tracce inedite recentemente riscoperte.

 http://festival.blogosfere.it/images/MickKeith_150_ALWAYS%20CREDITED%20TO%20DOMINIQUE%20TARLE.jpg

 
Originariamente pubblicato nel maggio del 1972, il doppio album "Exile on main street" fu registrato principalmente in Francia nella cantina della villa di Keith Richards fra il luglio 1971 ed il mese di marzo dell'anno successivo.
Il disco è considerato una pietra miliare per la ricchezza di generi, strumenti e musicisti che hanno contribuito alla sua realizzazione, nonché per il suo rappresentare un periodo importante della storia del gruppo, che si considerava in esilio dalla patria inglese a causa di problemi con il fisco.
 
Contestualmente all'uscita dell'album, Il Saggiatore pubblica il volume di Bill Janovitz, "Exile On Main Street", che analizza le tecniche di registrazione e i testi delle canzoni, racconta gli aneddoti e la genesi dell'album che ha influenzato generazioni di musicisti.
Bill Janovitz, giornalista, è nato a Boston, dove vive e suona come chitarrista per la sua band. Scrive per il sito internet All Music Guide (www.allmusic.com)
(Il Saggiatore, Fuori Collana, pp.180 - 14 euro).
 
Saranno pubblicate diverse edizioni di "Exile on main street":
 
1 STANDARD EDITION (1 CD): track-list originaria, confezionato in super-jewel case;


2) DELUXE EDITION (2 CD): il secondo CD contiene ben 10 tracce inedite, recentemente riscoperte fra le registrazioni effettuate durante la preparazione dell'album; confezione in elegante digipack a 3 ante e libretto di 12 pagine;


3) SUPER-DELUXE EDITION (2 CD + 2 LP + DVD): il dvd include un documentario filmato di 30 minuti con il making of di "Exile" e clip dai film "Ladies & Gentlemen: The Rolling Stones" e l'inedito "Cocksucker Blues"; nella lussuosa confezione è incluso un libro di 52 pagine con copertina rigida, rilegato in brossura, ed alcune cartoline da collezione;


4)VINYL EDITION (2 LP): stesse track-list e confezione della versione originale.
 
In contemporanea, il DVD documentario "STONES IN EXILE" (la cui data di pubblicazione non è al momento ancora stata confermata), che include filmati rari e inediti, foto, interviste e semplici ma interessantissime conversazioni con la band. Prodotto da John Battsek e diretto da Stephen Kijakm "Stones in exile" regala uno sguardo insolito nella vita dei Rolling Stones proprio nel periodo in cui stavano creando uno dei più grandi album di tutti i tempi.



Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
19 maggio 2010 3 19 /05 /maggio /2010 09:37
Solo alcuni giorni fa ci era toccato ricordare Lena Horne, grande jazzista, e combattente per i diritti civili nell'epoca buia delll'apartheid americano, uscita di scena a 92 anni. Oggi ci tocca rimpiangere un altro grande "black" del jazz, Hank Jones, per 35 anni inseparabile pianista di Ella Fitzgerald. Un pezzetto dopo l'altro, sparisce il quel "Grande Mondo Antico" fatto di irripetibili talenti naturali, che non rinunciavano al sudore del lavoro, del perfezionamento tecnico, della continua ricerca espressiva. Hank ha tenuto degnissimamente le scene fino all'anno scorso. Fino alla vigilia del suo ingresso in quell'ospedale del Bronx, il quartiere che amava e che lo ricambiava. Questa la breve notizia d'agenzia data da [Metronews - Adnkronos]:

 

Hank-jones New York, 18 maggio - Il musicista statunitense Hank Jones, uno dei piu' famosi pianisti di jazz del secondo dopoguerra, e' morto domenica sera a New York, dopo una breve malattia al Calvary Hospital Hospice nel quartiere del Brox. Aveva 91 anni. Con il suo pianoforte ha accompagnato tante stelle leggendarie del jazz come Benny Goodman, Charlie Parker, Miles Davis e John Coltrane. Per 35 anni e' stato il pianista di fiducia della cantante Ella Fitzgerald. Jones e' passato alla storia anche per aver partecipato ad uno dei momenti celebrativi piu' noti della storia presidenziale americana: accompagno' con il pianoforte l'attrice Marilyn Monroe mentre canto' ''Happy Birthday'' per il presidente John F. Kennedy durante una convention democratica al Madison Square Garden nel maggio 1962. (Adnkronois)

In suo omaggio, proponiamo l'ascolto di un brano registrato al "Blue Note" da un giovanissimo novantenne, scelto per dimostrare come Hank Jones sia riduttivo chiamarlo "il pianista di Ella Fitzgerald", e come  fosse ancora capace di essere lui che "tirava la volata", in termini di swing, a giovanissimi e bravissimi compagni di strada. Lo salutiamo con questo fantastico "I got rythm" Tafanus
Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
10 aprile 2010 6 10 /04 /aprile /2010 10:15

http://www.antiwarsongs.org/img/upl/area.jpg

 

 

حبيبي
بالسلام حطيت ورود الحب ادّامك
بالسلام مسحت بحور الدم علشانك
سيب الغضب
سيب الالم
سيب السلاح
سيب السلاح وتعال
تعال نعيش
تعال نعيش يا حبيبي
ويكون غطانا سلام
عايزاك تغني يا عيني
ويكون غناك بالسلام
سمع العالم يا قلبي وقول
سيبوا الغضب
سيبوا الالم
سيبوا السلاح
وتعالوا نعيش
تعالوا نعيش بسلام
مصرية

 

 


 

Mio amato                                                                                                                   
Con la pace ho depositato i fiori dell’amore
davanti a te
Con la pace
con la pace ho cancellato i mari di sangue
per te
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
Vieni e viviamo o mio amato
e la nostra coperta sarà la pace
Voglio che canti o mio caro " occhio mio " [luce dei miei occhi]
E il tuo canto sarà per la pace
fai sentire al mondo,
o cuore mio e di' (a questo mondo)
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
a vivere con la pace.

 

Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
27 marzo 2010 6 27 /03 /marzo /2010 00:09

Presentazione dell’ultimo album Idra


front_piccola.jpg

Mimmo Locasciulli – piano e voce
Matteo Locasciulli – contrabbasso

Dopo tre anni di silenzio torna in scena Mimmo Locasciulli, cantautore atipico e sottotraccia, con un disco intenso e raffinato che già nel titolo richiama diverse realtà: Idra è l’isola greca rifugio spirituale negli anni Sessanta di molti grandi artisti tra cui Miller e Cohen, ma anche il mitologico mostro a nove teste e i nove vizi capitali, combattuti e vinti dall’amore dell’uomo – Ercole – simbolo di riscatto in un mondo abbagliato troppo spesso da false illusioni.

Idra è il 17° album di Mimmo Locasciulli e viene pubblicato a quasi tre anni dal precedente Sglobal, con etichetta Hobo/Parco della Musica Records e distribuzione Egea Music. Un album di pregiata musica d’autore italiana ma dal respiro internazionale. Le registrazioni si sono svolte infatti negli studi Dubway di New York, poi completate nello Studio Hobo Recording, con un cast composto da tre musicisti considerati tra i migliori strumentisti al mondo: Greg Cohen al contrabbasso, Marc Ribot alle chitarre e Joey Baron alla batteria. Alle session italiane hanno partecipato due giganti musicisti del panorama jazz italiano come Gabriele Mirabassi al clarinetto e Stefano Di Battista al sax soprano. A completare il cast, altri importanti musicisti quali Giovanni Imparato alle percussioni, Francesco Bigoni al sax, Matteo Locasciulli alla chitarra e un quartetto d’archi della Sinfonica di Brasciov (Romania). In un brano è presente l’Ensemble Mereuer, originalissimo gruppo di plettri. La produzione e la direzione artistica sono state curate, oltre che da Mimmo e da suo figlio Matteo, da Greg Cohen che da più di venti anni, ormai, è collaboratore fisso di Locasciulli, in studio e nei concerti live.

Il titolo dell’album, Idra, compendia l’essenza ed il contenuto delle nuove canzoni: Idra è l’isola greca dove, negli anni sessanta, grandi artisti quali Henry Miller e Leonard Cohen cercarono rifugio spirituale scrivendo alcune tra le più riuscite loro opere. Idra, inoltre, è il mostro con nove teste sconfitto da Ercole nelle sue mitologiche fatiche. Le nove teste sono il simbolo di alcuni vizi capitali dell’uomo ed Ercole rappresenta l’amore in tutta la sua essenza, che è il valore che porta l’uomo alla salvezza. Questi, sinteticamente, gli argomenti toccati nelle storie che Locasciulli racconta nelle sue canzoni. Le trame musicali sono perfettamente consone alle atmosfere evocate, passando dalle classiche ballads alle contaminazioni jazzistiche prodotte dalla creatività dei musicisti che lo accompagnano in questa nuova, affascinante avventura.

 

 

 

Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
31 dicembre 2009 4 31 /12 /dicembre /2009 16:10
http://www.dustygroove.com/images/products/c/coltra_john_lovesupre_102b.jpg

E’ questo un disco che, insieme a "Kind of Blue" di Miles Davis e a pochissimi altri, ha realmente il diritto di essere considerato un lavoro "leggendario". Fu curiosamente amato (e lo è tuttora) anche dal pubblico del rock: sarà per la semplicità e per il "martellare" delle due note con cui il disco si apre, o sarà per il suo essere in fondo una sorta di "concept" diviso in quattro parti… Ascoltatelo partendo da qualsiasi presupposto ma il risultato è sempre lo stesso: opera straordinaria, scaturita dal misticismo religioso di Coltrane (ampiamente illustrato dallo stesso autore nelle note interne), e suonata divinamente dal suo quartetto di fuoriclasse. Il sax tenore grida, si distorce, cerca di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un "amore superiore", fino a quietersi nel finale raggiungendo apici di incredibile dolcezza. Non si pensi in ogni caso che quest’opera rappresenti un punto di arrivo per Coltrane, il cui travagliato percorso interiore si esprimerà in musica attraverso sempre nuove soluzioni.

Performers:
John Coltrane, tenor sax
McCoy Tyner, piano
Jimmy Garrison, bass
Elvin Jones, drums

Si racconta che nel 1964 Coltrane, che era solito praticare ogni sera la meditazione yoga, durante una seduta sentì una musica nuova risuonare nella sua mente. Tornato allo stato vigile, si convinse che non poteva che trattarsi di un messaggio inviatogli da Dio. Coltrane meditò a lungo una nuova opera, di cui volle curare anche la produzione. Fu lui a scegliere la foto che lo ritrae, con espressione seria, sulla copertina. È una foto in bianco e nero, cosi come in austero bianco e nero è pubblicato tutto l'album. Fu ancora Coltrane a far stampare, all'interno, non le solite note di copertina, bensì una sua breve presentazione e una sua poesia, intitolata anch'essa A Love Supreme.
Nella presentazione Coltrane ringrazia Dio di averlo riportato sulla retta via. Afferma di aver passato un periodo di incertezza, e di averlo superato rimettendosi nelle Sue mani. Il disco è dunque un'umile offerta a Lui, in segno di ringraziamento. La poesia è un testo semplice, dogmatico e salmodiante, una dichiarazione di fede che, a tratti, riecheggia le asserzioni e le risposte che intercorrono tra predicatore e congregazione. L'opera è una suite in quattro parti. Esse si intitolano: "Acknowledgement", "Resolution", "Pursuance" e "Psalm".
A differenza degli altri dischi, contenenti brani ricavati da varie sedute di incisione, questo album si risolve in un'opera a tutto tondo che, impiegando l'intera durata del long playing, dà luogo a uno dei primi concept album della musica moderna.
Il primo movimento si basa sulla continua ripetizione della cellula elementare di quattro note Fa - La bemolle - Fa - Si bemolle. Il carattere semplice e ripetitivo di "Acknowledgement" gli ha assicurato una vasta fama postuma nel mondo del rock, dove la leggenda di Coltrane si è diffusa, con ovvia accentuazione dei toni mistici, trovando proprio in quel riff di quattro note un comodo appiglio acustico. Mentre gli schemi di base dei quattro movimenti sono semplici, il contenuto delle improvvisazioni non lo è. Dal suo lungo silenzio Coltrane esce con una sonorità strana, nuova: più gonfia, vibrante ed enfatica. Di contro, il fraseggio è scarno, asciutto. Vi compaiono, specie nei primi due tempi, alcuni motivi di tre-quattro note, che l'autore trasporta, a suo piacimento, su e giù, verso l'acuto e verso il grave, creando inattesi urti con l'accompagnamento, che resta ancorato alla scala di base. È una tecnica nuova, che utilizza tutte le tonalità descrivendo la "totalità" e la grandezza di Dio, e che avrà importanti conseguenze. A Love Supreme è il capolavoro del periodo iniziato con My Favorite Things.
Servendosi del suo quartetto egli percorre un itinerario mistico, dalla contrizione di "Acknowledgement", allo slancio lirico raffigurante la dolorosa decisione di cambiare ("Resolution"), alla forte, travolgente messa in pratica della decisione presa ("Pursuance") fino alla preghiera di ringraziamento, quel metafisico "Psalm" in cui, alla fine, la voce del sax tenore si sdoppia per inatteso effetto di una sovraincisione, e sembra ascendere in cielo attraversando le suggestive nubi sonore prodotte dalle mazze felpate di Elvin Jones.
L'album fu acclamato in modo quasi unanime, e divenne ben presto il disco jazz più venduto nel mondo. In esso fu vista la summa di tutte le ricerche e gli approfondimenti compiuti da Coltrane negli ultimi anni. Ciò che anche i più entusiasti sostenitori notarono, è che con A Love Supreme si chiudeva un altro capitolo della vita artistica di Coltrane.



Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
20 dicembre 2009 7 20 /12 /dicembre /2009 09:00
 

 

Ornette Coleman

"Alcune persone pensano che la musica sia qualcosa di elevato," dice Ornette Coleman, raggiunto al telefono nel suo appartamento di New York. "Ma fondamentalmente si riduce al fatto che le persone ricevono piacere dal suono. E non dall'argomento raccontato dalla musica".

Ci sono molti aspetti legati ad Ornette Coleman e alla sua musica. Parlare con lui, tentando di analizzare questi aspetti, permette di imparare molte cose. Per dirla semplicemente, Coleman non è una persona come le altre. Non è neanche un musicista jazz come gli altri. Ha la propria filosofia che lo contraddistingue, sia sulla musica che sulla vita — essendo una l'eco dell'altra — e ascoltarlo mentre la spiega può stimolare e al tempo stesso confondere.

Per molti versi Coleman è un mistero, avvolto da un'enigma, celato da una coltre di parole impenetrabili. Nato nel 1930 a Fort Worth, Texas, perse il padre prima ancora di poter sapere chi fosse. Coleman è restio a parlarne, ma ammette che il non aver mai conosciuto suo padre è stato uno dei motivi che lo hanno spinto a cercare, e trovare, una via di espressione nella musica.

Imparò a suonare il sassofono da autodidatta, e già da adolescente si guadagnava da vivere con la musica. La sua ammirazione per le leggende del bebop, in particolare Charlie Parker e Thelonious Monk, lo portarono ad interrogarsi su alcuni dei limiti delle band nelle quali suonava.

"Cominciai a suonare in chiesa," dice, e l'influenza è palese. Lo stile di Coleman è da sempre pervaso dal gospel e dal blues; è capace di raggiungere l'estasi più luminosa e strazia-anima, o eseguire rapidi e frenetici fraseggi. Coleman calcò anche la scena R&B Texana. Ricorda quando, adolescente, suonava quei giri di quinta dimiuita che mandavano gli astanti in delirio per la dissonanza che ne risultava.

Dice Coleman: "Penso che in America la quinta diminuita sia probabilmente uno dei suoni piu' versatili, che può essere usato in ogni chiave. Per me, altre note hanno bisogno di altre chiavi, piu' o meno per il medesimo scopo".

Gli torna anche in mente il momento in cui trovò ciò che stava cercando nella musica, quando si rese conto "che la chiave è più importante delle note". Questo approccio gli permise di suonare ogni nota con ogni tempo, facendo combaciare la chiave con l'emozione, piuttosto che le note con l'accordo come si fa di solito. Il sound che ne risultava era diverso da qualunque altro udito fino ad allora.

Oggi, Coleman definisce la sua teoria musicale "Armolodia," vale a dire una combinazione di armonia, movimento e melodia. È qualcosa che molti hanno tentato di spiegare, ma sembra che solo Ornette sia in grado di comprenderlo appieno.

"Potrebbe sembrare difficile," ammette, "ma solo finchè non provi a farlo".

Ciò che le persone afferrano, che gli piaccia o no, è il suo sound. La musica di Coleman è ancora capace di suscitare una forte reazione da chiunque lo ascolti, a prescindere dal background musicale. In effetti, tutto in lui sembra studiato per spiccare. Il suo marchio di fabbrica, un sax alto di plastica, il suo gusto nel vestire, i titoli decisamente "out" dei suoi album — tutto ciò ha consolidato la leggenda che sta dietro alla sua musica.

Quando venne a Los Angeles per suonare, il pianista Paul Bley lo udì e lo aiutò a trovare degli ingaggi. Il pubblico però non fu altrettanto ricettivo. Senza dubbio la svolta avvenne quando si recò per la prima volta a New York per quello che doveva essere un ingaggio di due settimane al Five Spot Café.

Le due settimane divennero sei mesi, durante i quali Coleman ridefinì di fatto il jazz. Il suo quartetto senza pianoforte con lui al sax alto, Don Cherry alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso e Billy Higgins o Ed Blackwell alla batteria, divenne uno dei gruppi fondamentali nella storia del jazz, e i loro dischi per la Atlantic dal 1959 al 1961, inclusi The Shape of Jazz to Come e Change of the Century — entrambi del 1959 — divennero album che non possono mancare in ogni collezione di jazz che si rispetti.

Sebbene incontrarono qualche resistenza proveniente dagli appassionati di jazz più tradizionalisti, Coleman e i suoi ispirarono generazioni di musicisti jazz negli anni Sessanta e oltre, spingendoli a sperimentare i confini della "free music". Persino leggende come Miles Davis e John Coltrane seguirono Coleman nella sua ricerca del nuovo. Ad oggi, Coleman ha all'attivo qualcosa come 57 album a suo nome. Nonostante alcuni periodi di assenza dalle scene, lui insiste nel dire che la vita musicale non è mai stata abbastanza per lui.

"Non ho mai perso alcun interesse nel sapere cos'è una nota," afferma.

La sua influenza non si discute. Ha oltrepassato i confini del jazz, suonando con musicisti tanto diversi tra loro quali Jerry Garcia e i Grateful Dead, Lou Reed, e The Roots. Qualche storico della musica lo addita persino come uno degli ispiratori della rivoluzione punk. E innumerevoli protagonisti della scena musicale contemporanea, jazz, rock e di avanguardia, quali Keith Jarret, Joshua Redman, Sonic Youth, Patti Smith e John Zorn, gli riconoscono un'influenza centrale nel loro modo di comporre e di suonare.

Una delle sue performance più significative ebbe luogo durante un viaggio in Africa negli anni Settanta. Mentre si trovava in Marocco, Coleman ebbe l'opportunità di suonare con musicisti locali, come testimoniano due delle tracce presenti nella versione CD dell'album Dancing In Your Head (A&M, 1973) in cui Coleman suona con i Prime Time, ed è assolutamente significativo l'impatto che tale esperienza ebbe su di lui.

"Stavo suonando con dei ragazzi di Jajouka, che usavano una chiave che non era stata sviluppata in altre chiavi, come in America," ricorda Coleman. È un po' difficile per lui spiegare in termini semplici che cosa di questi musicisti lo colpisse — forse un'altra forma di libertà. "Così modulavo lo stesso suono senza preoccuparmi della chiave. Il risultato è che puoi sviluppare il tuo tema musicale pur rimanendo legato al suono principale della chiave".

Questo crescente interesse nella "world music," nel sound di altre culture, ha pervaso Coleman nella sua ricerca di nuove sonorità e nuove libertà. Oggi la sua band include due contrabbassisti e suo figlio Denardo alla batteria. Resta inimitabile come sempre, nel miscelare il funk e la world music attraverso la sua estetica unica. Per lui, questa è la più elementare forma di comunicazione.

"Potrei andare dovunque, e sentir suonare un tono qualunque," dice, "e senza sapere la chiave, troverei la nota che coincide con il suo significato".

Coleman è affascinato dall'umanità in tutti i suoi aspetti. Per lui è tutta musica, e la musica è umanità. L'una è un'altra forma dell'altra, come la materia e l'energia. Forse per questo motivo, le differenti sfaccettature della cultura e dell'etnicità lo affascinano, in particolare le sfumature del linguaggio che trasmettono emozioni.

"Pensate a quante varianti di dialetto vanno a comporre una lingua," dice. "Voglio dire, sono un bel po' di chiavi! Ed è logico che sia così... Prendete ad esempio l'Arabo. Ho suonato con musicisti Arabi, ed è come se i suoni tonici andassero da una nota ad un'altra, per cambiare il suono di ciò che avevano appena suonato. Ed è straordinario!"

Musicisti di ogni tempo sono stati affascinati dal legame tra la musica e le parole. Molti musicisti jazz sentono di dover ascoltare le parole di una canzone prima di potersi cimentare in improvvisazioni su di essa, a prescindere da quello che l'estro e l'istinto gli suggeriscono. Coleman si spinge più in là, oltre le parole. Non ha mai realizzato un brano che si possa definire uno 'standard' in quanto tale, uno di quelli le cui parole e musiche suonino familiari a tutti, anche se la prosa e la poesia lo affascinano non poco. Il suo album Science Fiction (Columbia, 1971) contiene un brano di poesia recitata su una libera improvvisazione con altri motivi cantati, e il suo Town Hall Concert (ESP, 1962) contiene una dedica a scrittori e poeti.

 

Ma il suo interesse va ancora oltre, supera persino le parole per arrivare alle sfumature più intime del linguaggio che sono argomento di studio per i linguisti più che per i musicisti. Lo si può cogliere nel suo modo di parlare, nelle domande che pone e nelle risposte che dà. E sembra che il suo fine ultimo sia trovare un genere di comunicazione che non discrimini, che si affranchi dal giogo delle lingue e delle chiavi, nel tentativo di raggiungere un centro dell'emozione che è nell'intimo di ogni persona.

"Vorrei suonare un tipo di musica dalla quale ogni essere umano, a prescindere dal linguaggio usato, possa trarre godimento," dice. "Questo è ciò che tento di ottenere sul palco, ciò che continuamente tento di perfezionare — concentrarsi su quelle che sono le reali qualità senza preoccuparsi del linguaggio della razza umana".

Forse è questo il punto: una specie di suono equalizzante che accetti le differenze anche se le trascende. Un linguaggio universale attraverso un sax alto di plastica.

"Non so quante persone diverse abbiano una faccia diversa, una lingua diversa o un sentimento diverso riguardo al chi siamo," dice, "ma non è la stessa faccia, né la stessa lingua". Ride. "Ma abbiamo una cosa in comune: andiamo tutti al bagno!"

Ornette Coleman L'esibirsi dal vivo rappresenta per lui un'opportunità di fare un passo avanti, di abbracciare ed essere abbracciato. Per un musicista come lui, che ha sopportato polemiche e critiche per la musica che suona e per il modo di suonarla, l'approccio sembra essere lo stesso di un qualunque altro musicista che sale su di un palco. Così come fa Coleman a sapere, a fine serata, che lo spettacolo è andato bene?

"L'unica è cosa che posso dire a riguardo," dice, "è se il pubblico esprime la propria emozione agli artisti e se c'è una qualche attività nei loro cuori e nelle loro menti che ti faccia capire che gli è piaciuto. Ciò ti fa capire quanto bene ti abbiano accettato, e questo accade".

"Per quel che mi riguarda," aggiunge, "non sono mai stato in un posto dove ciò non sia successo. E non perchè mi sforzssi di farlo succedere".

La domanda riguardo al tipo di musica che ascolta, e quale realmente gli piace, evoca un misto di indecisione ed esitazione. Ascolta molte cose, ha suonato con così tanti musicisti differenti e li ha ascoltati da così vicino che gli sembra ingiusto stilare una classifica. Persino catalogare le sue preferenze, seppur per categorie generali, sembra essere troppo per lui.

"Mi piace la musica spirituale," dice. "Mi piace la musica non spirituale. Per me, la qualità di ciò che ascoltiamo non c'entra con ciò che piace; invece, è legata al fatto di riuscire ad esprimerla così che qualcun'altro la apprezzerà e la capirà".

Quando gli si chiede se ciò significa che la musica sia in fondo una questione di condivisione, risponde che in effetti è così. E se gli si chiede qualcosa circa il processo che sta dietro alla sua musica, le sue risposte diventano un pò più esoteriche e forse scherzose.

"Ho suonato nelle chiavi di X, Z, P, H!" dice. Per la cronaca, la musica Occidentale usa di solito solo dodici chiavi, e nessuna di esse arriva alla H dell'alfabeto, nella nomenclatura Anglosassone.

Ovviamente Coleman non suona la tipica musica Occidentale. Le chiavi di cui parla sembrano avere più a che fare con una reazione emotiva che lui vuole condividere ed esprimere che non con un sistema preconfezionato di note.

"Dipende tutto da come ti senti," dice "e nella X, dipende da come qualcuno ti tratta, così che non ti irriterà. Sai, qualche volta è come se uno ti dicesse 'Oh, non voglio ascoltare quella roba che stai suonando, è una porcheria!'"

Sin dal suo esordio sulle scene, Coleman è stato (e continua ad essere) sdoganato da qualcuno come uno stonato acclamato dalla critica che non ha mai avuto la stoffa delle vere leggende del jazz. Di certo quelle performance al Five Spot hanno provocato una frattura nel mondo del jazz. Personaggi come i Modern Jazz Quartet ne uscirono elettrizzati, mentre altri come Dizzy Gillespie lo guardarono con disappunto. È memorabile ciò che Roy Eldridge disse di lui: "L'ho ascoltato in ogni modo possibile. L'ho ascoltato ubriaco e l'ho ascoltato sobrio. Ho anche suonato con lui. Secondo me e' fasullo, ragazzi".

Fasullo o meno, le critiche non hanno mai fermato Coleman. Il suo ultimo album in studio, Sound Grammar (Sound Grammar, 2006), ha vinto il premio Pulitzer per la musica. Recentemente è stato ammesso alla Nesuhi Ertegun Jazz Hall of Fame e nel 2007 ricevette un Grammy Award alla carriera. Ciò nonostante, Coleman tiene sempre un basso profilo quando parla di ciò che ha fatto e di quel che vuole ancora fare.

 

"Penso che la possibilità che ho di rimanere originale," dice, "derivi dal fatto che non sono nato milionario, e non penso che lascerò questa terra da milionario. Così l'unica cosa che posso fare è migliorarmi sempre più come essere umano".

Pensa che la sua vita abbia ricevuto una qualche benedizione che gli ha permesso di fare questo tipo di musica ed emozionare le persone con essa?

"No, non penso di aver ricevuto alcuna benedizione". Fa una pausa e riflette. "Mi piacerebbe essere benedetto, nel senso religioso del termine".

Passo' un gran brutto momento nel 2007, quando ebbe un collasso dovuto ad un colpo di calore durante una esibizione al Bonnaroo Music Festival, finendo in ospedale. Sebbene qualcuno lo consideri un guru, a causa di quel fascino che è proprio di ogni pioniere o di quell'aura mistica che è cresciuta intorno all'eccentricità del personaggio, lui ammette candidamente che ci sono misteri per i quali non ha spiegazioni. E non si aspetta neanche che altri possano fornirle.

"La parola 'vita' contiene già tutte le qualità della conoscenza, e io non sono certo colui che ha creato la vita. Penso che ciò che più si avvicina a chi ha creato la vita sia Dio. E come l'ha creata, quando vuole se la riprende. E ciò ci lascia al buio, smarriti".

Va detto che quando Coleman ha rilasciato questa intervista, il mondo aveva appena perso tre grandi musicisti: George Russell, Rashied Ali e Les Paul, tutti nel giro di una settimana.

"Li conoscevo tutti e tre," dice. "Ma il fatto è che non puoi diventare vendicativo a causa di ciò. Invece, tento di migliorarmi nelle cose che faccio, sia spiritualmente che fisicamente. E credetemi, abbiamo uno dei più grandi doni al mondo per reagire diversamente: la nostra voce. La voce".

sua musica sopravviva, né della crisi che minaccia di rovinare le case discografiche. Non si preoccupa della condizione del jazz di oggi, o del fatto che chi lo suona gli tributi degli onori. Le sole cose che lo preoccupano, dice, sono la violenza e i soprusi che sembrano attraversare tutte le culture, le malvagità che esseri umani compiono contro altri esseri umani.

Ornette ColemanColeman non si preoccupa che la Attualmente Coleman sta cercando di ritagliarsi del tempo per lavorare su nuovi brani, o "idee". Sembra che stia girando di più, anche se dice che non vede più molte persone che stiano scritturando musicisti solo per il gusto di fare musica. E si domanda cosa ci voglia per insegnare la musica ad un bambino, così che possa tenersela come un qualcosa di prezioso per tutta la vita.

Parla della musica come di una cosa quasi predeterminata. In effetti può essere, non tanto che Coleman non abbia avuto il coraggio delle sue convinzioni per tutti questi anni, ma che non abbia mai avuto scelta, o che non abbia mai pensato di averne. Qualunque suono esca, quello è il suono che doveva uscire.

"Non mi interessa controllare o essere controllato," dice. "Voglio ritirarmi nell'eternità degli esseri umani. Le cose più divertenti e piacevoli provengono dall'essere umano, non dalla distruzione".

Cosa sia l'armolodica, se Coleman si meriti o meno la corona che gli è stata data, o se sia stato un fasullo per tutta una vita — tutte queste domande in fondo poco importano. Ciò che importa a Coleman, e ciò che gli è sempre importato, lo si può trovare solamente nelle orecchie del suo pubblico e nelle sue. Vale a dire la musica.

"Immaginate," dice, "di poter andare e suonare una musica — una musica, spero per voi, che nessuno ha mai udito prima — a quel punto all'improvviso tutti sorridono, ballano e stanno insieme. È come una buona medicina, no? È davvero una buona cosa".


Discografia Selezionata

Ornette Coleman Complete Live at the Hillcrest Club (Gambit, 2007)
Ornette Coleman Sound Grammar (Sound Grammar, 2006)
Joe Henry Scar (Fontana Mammoth, 2001)
Ornette Coleman/Joachim Kuhn Colors (Polygram Records, 1997)
Ornette Coleman Tone Dialing (Harmolodic, 1995)
Howard Shore/Ornette Coleman Naked Lunch (RCA, 1992)
Ornette Coleman Virgin Beauty (Portrait, 1988)
Pat Metheny/Ornette Coleman Song X (Nonesuch, 1985)
James "Blood" Ulmer Tales of Captain Black (DIW, 1978)
Ornette Coleman Dancing In Your Head (A&M, 1973)
Ornette Coleman Skies of America (Columbia/Legacy, 1972)
Ornette Coleman Complete Science Fiction Sessions (Columbia/Legacy, 1971)
Ornette Coleman New York Is Now! (Blue Note, 1968)
Ornette Coleman Who's Crazy? (Affinity, 1966)
Ornette Coleman The Empty Foxhole (Blue, Note 1966)
Ornette Coleman Town Hall Concert (ESP, 1962)
Ornette Coleman
Free Jazz (A Collective Improvisation) (Atlantic, 1960)
Ornette Coleman This Is Our Music (Atlantic, 1960)
Ornette Coleman The Shape of Jazz to Come (Atlantic, 1959)
Ornette Coleman Twins (Atlantic, 1959)
Ornette Coleman Change of the Century (Atlantic, 1959)
Ornette Coleman Something Else!!!!: The Music of Ornette Coleman (Contemporary/OJC, 1958)

Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
19 dicembre 2009 6 19 /12 /dicembre /2009 11:38

 

 

 

 

Abbandoniamo per un giorno i temi politici. E concentriamoci su quelli culturali. Ieri su un giornale molto particolare, "L'Osservatore Romano" è apparsa una recensione davvero interessante. Il critico musicale Marcello Filotei scrive un articolo fortemente polemico nei confronti del pianista Giovanni Allevi e della sua musica. Dice: "Giovanni Allevi non è affatto "strambo", è costruito con una cura assoluta ed è la rappresentazione oleografica del compositore, così come se l'aspetta chi non ha molta consuetudine con le sale da concerto". E più avanti: " il compositore marchigiano arriva e offre al pubblico quello che già conosce... E questa è la forza culturalmente pericolosa dell'operazione Allevi: convincerci che tutto quello che non capiamo non vale la pena di essere compreso. Rassicurati sul fatto che "non siamo noi ignoranti, sono loro che non sanno più scrivere una bella melodia", potremo finalmente andare fieri di non avere mai ascoltato Stravinskij".
La recensione del quotidiano della Santa Sede è molto stimolante. Non tanto per il fenomeno Allevi, che di per se ha pochissimo di interessante, quanto sul fatto che il pianista marchigiano definisce la sua musica: "classica contemporanea". In realtà la musica classica sta ad Allevi come la pizza napoletana sta a quella che vendono surgelata in Germania. E Allevi stesso è un fenomeno commerciale, che porta con se tutti i luoghi comuni sulla musica, sul pianoforte, sull'esecuzione pianistica. Qualunque persona di media cultura musicale capisce immediatamente di che musica si tratta: roba da aereoporto o studio dentistico, perfetta per rimanere in sottofondo. Ma é soprattutto una musica che non ha ambizioni, né di essere ricordata, né di essere ascoltata con emozione.
Eppure è ormai qualche anno che ci si sente ripetere sempre la stessa cosa. Allevi compositore strambo, ragazzino capace di incantare quando siede alla tastiera. E invece se lo ascolti dal vivo ti accorgi che il suo suono non è mai pulito, che la dinamica pianista di Allevi è incerta, e che persino la tecnica non è al livello di un pianista degno di questo nome. Per non parlare del livello delle composizioni. Ma queste cose non le scrive nessuno, perché i critici dei giornali non sono critici, ovvero non sono persone con una preparazione specifica per capire certe cose, ma sono giornalisti che esprimono giudizi. Ovvero persone prive di una vera preparazione che si inventano canoni che non esistono.
Il critico dell'"Osservatore" aggiunge: "In un Paese come l'Italia - dove c'è chi, come Alessandro Baricco, arriva a scrivere e dirigere film per spiegare che Beethoven è sopravvalutato - è abbastanza frequente che si cada nel tranello dell'artista svagato. Certo non è colpa dell'artista in questione, ma di un sistema scolastico fatto di flauti dolci e Fra Martino campanaro che spesso non fornisce gli strumenti per distinguere Arisa da Billie Holiday, figuriamoci Puccini da Allevi".
Io direi che è colpa di tutti. Di tutti quelli che hanno inventato casi, fenomeni, scrittori, geni della musica, artisti che non avevano peso e valore, per moda e per debolezza, e perché proni a un'industria culturale capace di manipolare i media. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. È quello che vado a ripetere qui da mesi. Il crollo culturale di un paese che va di pari passo con il crollo morale. Riguardo ai flauti dolci, magari si insegnasse davvero a suonarli, sarebbe già qualcosa.


 
Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento
19 dicembre 2009 6 19 /12 /dicembre /2009 09:08

Repost 0
Published by maurizio - in MUSICA
scrivi un commento

Presentazione

  • : Blog di maurizio
  • Blog  di maurizio
  • : Per tutti quelli che desiderano una informazione corretta fuori dagli schemi e per tutti quelli amanti della fotografia e della musica.
  • Contatti

Testo Libero

 <!-- BERLUSPUNCHBALL --><script type="text/javascript" src="http://aliendrawer.altervista.org/berluspunchball/flashobject.js"></script><div id="flashcontent"><strong>Se vedete questo testo ci sono problemi con la visualizzazione del BerlusPunchball<br /><br />If you see this text there are troubles to view BerlusPunchball</strong></div><script type="text/javascript">var fo = new FlashObject("http://digilander.libero.it/AlienDrawer/berluspunchball/berluspunchball.swf", "berluspunchball", "160", "300", "6", "#000000"); fo.addParam("wmode", "transparent"); fo.write("flashcontent");</script><!-- fine BERLUSPUNCHBALL -->

Archivi

Categorie