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4 gennaio 2010 1 04 /01 /gennaio /2010 09:58

http://www.marcellosaponaro.it/blog/wp-content/uploads/nataleabeverlyhillseccolalocandina.jpg

Grazie al libertario scopro che con le tasse degli italiani il Ministero della Cultura regalerà una nuova Ferrari a Cristian De Sica. E forse anche la villa a Miami e lo Yacht alle Caiman.

Cineblog ci spiega per filo e per segno:

l cinepanettone 2009 targato De Laurentiis, Natale a Beverly Hills, è stato riconosciuto, dalla Commissione cinema del ministero con delibera dello scorso 4 dicembre, film di «interesse culturale». Una decisione, attenzione, da confermare, dopo la «visione della copia campione del film». Se la commissione preposta all’erogazione dei finanziamenti pubblici al nostro cinema, confermerà tale decisione, il film potrà accedere a sgravi fiscali (tax credit), il riconoscimento di film d’essai e la possibilità per il distributore di accedere ad un fondo in relazione agli incassi.

Quindi, se ho capito bene, il Ministero (il Ministero!!!) ha già riconosciuto di “interesse culturale” il film con De Sica ma la conferma dei finanziamenti pubblici avverrà solo a visione avvenuta del film. Cioè, se ho capito ancor meglio, hanno assegnato la palma di “film culturale” all’enesimo episodio di “Natale a…” senza neppure averlo visto. Sulla fiducia!

Sarà per questo che l’onorevole Frassinetti vorrebbe istituire il Consiglio Superiore della lingua italiana: per chiamare Cristian De Sica, esemplare coniatore di neologismi (Buzzicozza su tutti), a presiederlo
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27 novembre 2009 5 27 /11 /novembre /2009 13:23
Un magistrale omaggio al cinema classico che cancellando la passione conserva la qualità


Mateo Blanco è stato un regista. Oggi non lo è più. È un non vedente che ha deciso di tagliare i ponti con il passato cambiando anche nome. Ora firma romanzi, soggetti e sceneggiature con lo pseudonimo Harry Caine. È ancora un uomo affascinante che ha deciso di prendere dalla vita quello che gli può ancora dare ma, al contempo, che sa di avere un grande bisogno dell'assistenza della produttrice Judit e di suo figlio Diego. La donna conosce perfettamente il tragico triangolo che ha visto coinvolto Mateo, il ricco Ernesto Martel e l'affascinante Lena. Harry deciderà di narrarlo anche a Diego.
Pedro Almodóvar può essere definito il Giano Bifronte del cinema contemporaneo. Come l'antica divinità ha uno sguardo che si volge al passato e uno indirizzato al presente e al futuro. Alternativamente, e secondo modalità che verrebbe da definire programmatiche, ce ne presenta ora l'uno ora l'altro. Se in Volver l'occhio era rivolto a un presente di passioni e di sentimenti che si volgevano verso un passato individuale che ne innervava l'essenza, in Gli abbracci spezzati lo sguardo è rivolto rigorosamente all'indietro, verso il cinema e il piacere della costruzione narrativa tanto inattaccabile quando fredda.
Tutto è magistrale nel suo cinema e quindi anche qui. La cecità come condizione esistenziale in cui l'immagine si fa ricordo, il cinema classico che finisce con l'ispirare addirittura il titolo del film (la sequenza del ritrovamento dei due cadaveri colti abbracciati dalla lava in Viaggio in Italia di Rossellini vista dai due protagonisti in un momento di distesa intimità), il cinema che narra il farsi del cinema nello stesso momento in cui mette in gioco un artificio narrativo tanto palese da dover essere denunciato («Questo è un fatto che succede solo nei film»). Tutto ciò e molto altro è presente nel film del regista mancheco che sfoggia come sempre rigore stilistico e cinefilico. Onore al merito. Ma la sua grandezza si esalta maggiormente quando, sulle orme del suo conterraneo letterario, combatte, vincendo, con i mulini a vento che agitano il cuore dell'essere umano.

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30 giugno 2009 2 30 /06 /giugno /2009 00:58
Maria è una tredicenne rimasta orfana. La sola eredità che riceve dal padre consiste in un libro la cui storia inizierà a prendere vita. Infatti, priva com'è di qualsiasi mezzo di sostentamento, Maria deve lasciare la città per andare a vivere presso il misterioso zio Sir Benjamin Merryweather nel territorio di Moonacre situato nell'Inghilterra dell'Ovest. Nel corso del viaggio verso la nuova destinazione Maria esperimenta l'odio, narrato nel libro, che sussiste tra il clan dei Merryweather e quello dei De Noir. Una volta arrivata a Moonacre avrà modo di scoprire come presente e passato siano interconnessi e come a lei spetti un ruolo importante.
Il libro nel cinema fantasy è diventato un elemento di rilievo dopo che il successo internazionale di La storia infinita. Da allora, periodicamente, film ispirati a libri in cui le pagine scritte finiscono con il coinvolgere chi le sta leggendo nelle vicende narrate sono stati numerosi.
La tecnica della rappresentazione sullo schermo del giovane spettatore (tu, seduto nella tua comoda poltrona, parteciperai all'avventura così come il personaggio che legge all'interno del film) ha mostrato di funzionare.
Allora perché non ritentare con la trasposizione di un romanzo ("Little White Horse") che JK Rowlings (la 'mamma' di Harry Potter) dichiara essere uno dei suoi preferiti? La scelta narrativa (forse legata a un budget non stellare) è quella di non perseguire la ricerca dell'effetto ad ogni costo ma piuttosto di raccontare un po' alla vecchia maniera. In un mondo malato di adultismo per cui anche i bambini più piccoli vengono allevati con dosi massicce di "Grande Fratello" (come la piccola protagonista di Tutta la vita davanti) potrebbe sembrare una scelta perdente.
Ma se ci sono ancora adulti che hanno voglia di raccontare la fiaba della buonanotte e che se la sentono di portare i propri figli al cinema (meglio se femmine e non troppo piccole in questo caso) senza pretendere che il film si rivolga anche a loro bene, questa è una delle non troppo frequenti occasioni.
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23 giugno 2009 2 23 /06 /giugno /2009 12:02


Per andare in paradiso bisogna passare dall'inferno. È la morale, forse autobiografica, di Filth and Wisdom - Sporcizia e saggezza, debutto registico di Madonna. Una delle icone dello spettacolo di questi anni ha esordito con un'opera curiosa, ironica e molto europea. Protagonista Eugene Hutz, leader dei gipsy punk Gogol Bordello e già interprete di Ogni cosa è illuminata come guida ucraina di Elijah Wood. Il musicista è il trait d'union tra varie storie: uno scrittore cieco che ha rinunciato alle parole (Richard E. Grant), una farmacista che sogna di fare la volontaria in Africa, il farmacista indiano con la moglie invadente e una ballerina classica senza soldi che deve ripiegare a eseguire goffamente la lap dance in un locale notturno.
Una pellicola eccentrica, indefinibile, che contiene commedia, musical, video-clip, danza, sperimentazione e dramma e che in origine doveva essere un cortometraggio. Madonna è molto ironica su tutti (gli inglesi ci fanno una magra figura) e anche su se stessa: "non sei abbastanza intelligente per essere una brunetta" si sente dire una bionda che si vuole scurire i capelli. Un'opera prima interessante, fresca e per nulla supponente. Dal punto di vista registico e visivo forse un po' debole, ma sorprendente. Sarà curioso se - come pare - Louise Veronica Ciccone vorrà fare un altro film: per replicare un'operazione Filth and Wisdom dovrà mostrare un talento cinematografico vero. Qui la libertà produttiva le ha permesso di fare un lavoro autoriale e pop zeppo di riferimenti: c'è persino Britney Spears nella colonna sonora.



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18 giugno 2009 4 18 /06 /giugno /2009 10:54

 http://www.ilcinemaniaco.com/wp-content/uploads/2008/12/il-bambino-con-il-pigiama-a-righe.jpg

 

 

 

 

 

 

Berlino, anni Quaranta. Bruno è un bambino di otto anni con larghi occhi chiari e una passione sconfinata per l'avventura, che divora nei suoi romanzi e condivide coi compagni di scuola. Il padre di Bruno, ufficiale nazista, viene promosso e trasferito con la famiglia in campagna. La nuova residenza è ubicata a poca distanza da un campo di concentramento in cui si pratica l'eliminazione sistematica degli ebrei. Bruno, costretto ad una noiosa e solitaria cattività dentro il giardino della villa, trova una via di fuga per esplorare il territorio. Oltre il bosco e al di là di una barriera di filo spinato elettrificato incontra Shmuel, un bambino ebreo affamato di cibo e di affetto. Sfidando l'autorità materna e l'odio insensato indotto dal padre e dal suo tutore, Bruno intenderà (soltanto) il suo cuore e supererà le recinzioni razziali.
La drammaticità della Shoah, di un inferno voluto dagli uomini per gli uomini, è inarrivabile e di fatto non rappresentabile ma questo non ha impedito al cinema di provare e riprovare a misurarsi con quella tragedia. L'approccio cinematografico di Mark Herman, regista e sceneggiatore, è diretto e il punto di vista assunto è quello di un bambino, figlio di un gerarca nazista, la cui innocenza (davanti all'orrore) trova corrispondenza soltanto in Shmuel, coetaneo internato all'inferno. A differenza di
La vita è bella e di Train de vie, Il bambino con il pigiama a righe non è una favola dove ognuno ha un proprio e preciso ruolo, al contrario nel film di Herman i due universi, quello del Bene e quello del Male, si lambiscono fino a confondersi e a sconvolgersi. Nel Bambino col pigiama a righe è l'inadeguatezza e la debolezza degli adulti, anche di quelli buoni, a obbligare i bambini a prendere in mano il proprio destino e a determinarlo. I padri e le madri non fanno “magie” come il Guido Orefice di Benigni e il Male che li circonda finisce per inghiottire i loro figli e renderli all'improvviso consapevoli. Il regista inglese è abile a evitare gli stereotipi della storia “cattiva” e della contrapposizione tra infanzia idealizzata e abiezioni del mondo adulto, analizzando la durezza di un'epoca (la Germania nazionalsocialista) e di un'età (l'infanzia).
Muovendosi tra trappole d'apparenza ed eludendo clichè, sentimentalismi e scene madri, Herman mette in scena le ingiustizie e i rapporti di forza che si definiscono già nell'età più verde. Attraverso il minimalismo di episodi quotidiani, immersi nella severità dei colori freddi, Il bambino col pigiama a righe svolge la memoria, rivisitandola con soluzioni e libertà che rendono la storia intollerabile e lancinante. Per questa ragione, l'autore “chiude la porta” sulla camera a gas, interponendo fra gli spettatori e il volto della Medusa la pietas di un narrare artistico che consenta di guardarla senza soccombere impietriti, atterriti. Tratto dal romanzo omonimo dell'irlandese John Boyne, Il bambino con il pigiama a righe è un film evocativo di un'epoca nera e tragica, rivista attraverso la psicologia di un'amicizia infantile e di una (pre)matura scelta di campo, complicate da una realtà storica di discriminazioni e di selezioni razziali. Immagini che richiamano per tutti la necessità di frequentare (sempre) la Memoria e di non considerare mai risarcito il debito con il nostro passato.

 



 

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