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15 luglio 2010 4 15 /07 /luglio /2010 10:14

 

Pare che il presidente (“governatore”è parola inesistente nella nostra Costituzione) della regione Campania Stefano Caldoro, non fosse nelle grazie neppure del suo stesso partito il PDL.

Gli amici fidati (alla pidiellina), infatti, gli hanno preparato un bel tiro mancino, per sputtanarlo e cercare di non farlo eleggere.

Il sottosegretario Nicola Cosentino (che qualcuno del suo stesso partito ha definito “un cesso”), si è dato da fare ed ha preparato un dossier sulle sue abitudini sessuali, per eliminarlo dalla competizione elettorale. 

L’altro compare di partito e di combutta, quello che si chiama Arcangelo Martino(che ha un bel nome, ma razzola male), costruttore campano, geometra con compito da magistrato tributario, rassicura Cosentino, anzi renderà di pubblico dominio la “cosa” in una affollata conferenza stampa nientemeno che allo stadio San Paolo.

Che cosa hanno pensato le menti strateghe di cui sopra per distruggere moralmente il rivale Caldoro? La solita fissa: E’ uno che “li preferisce belli, biondi e con gli occhi azzurri”.

Hanno preconfezionato un bel dossier, il miglior preparatore è stato l’assessore napoletano Sica, raccogliendo informazioni, testimoni, persino le identità dei “compagni di convegno” di Caldoro. Insomma Caldoro era uno che andava a trans, quindi non poteva fare il presidente di Regione. I napoletani ed i campani tutti uniti non avrebbero mai votato uno che imitava Marrazzo del PD.

Tirando le somme “ l’importante è sbarazzarsi di Caldoro” dice Cosentino e Martino conferma che la parola “culatone” farà l’effetto desiderato.

La compagnia dossietaria si allarga, portano l’elaborato a Carboni (uno della P3), l’affarista sardo dell’eolico, in quota PDL, a Marcello Dell’Utri (lui è doppio è contemporaneamente della P3 e della mafia) e a Denis Verdini (quello bello, alto e sicuro, che porta avanti la bandiera del PDL).

In questo modo il dosser acquista maggior peso.

Inoltre Caldoro, è anche bocchiniano ( figurarsi), un gruppetto di persone definite da Cosentino “i frocetti”.

 Caldoro viene eletto lo stesso. Disdetta delle disdette.

Non solo, ma con la pubblicazione delle intercettazioni delle telefonate fra Cosentino, Martino, Dell’Utri, Carboni, Verdini, si scopre tutto l’intrigo ed il cumulo di menzogne.

Ora come farà Caldoro a gradire ed apprezzare la legge bavaglio, quella che impedisce di pubblicare le intercettazioni, dal momento che proprio con le pubblicazioni delle telefonate tra i soci  del tavolino, ha scoperto l’intrigo dei compari? Se non altro adesso sa da chi si deve difendere.

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Published by maurizio - in POLITICA ITALIANA
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15 luglio 2010 4 15 /07 /luglio /2010 09:59

 

http://1.bp.blogspot.com/_Ak8E5Nej1fU/SjOu456UVpI/AAAAAAAALaY/aow0p7U4R44/s320/Ganger.jpgLa ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...

Rinasce la P3 , il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine?A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allivo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaghi l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazionì non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni . Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per rendenre più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka,119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadiata. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni ( a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «ACCADE che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procusa sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.

 

Paride Leporace [14 Luglio 2010]

http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/19746
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13 luglio 2010 2 13 /07 /luglio /2010 07:19

 

 

 

LA NOEMI ESCE DAL CILINDRO

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LO SPOT DEL BERLUSKA

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L’ITALIA VERA CHE BERLUSKA NON VEDE, MA I TURISTI FORSE

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UNA DELLE TANTE PARODIE

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PIU’ O MENO DIVERTENTI

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COMUNQUE TRISTI

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UN BEL VAFFANC.. CANORO

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 http://speradisole.wordpress.com/2010/07/11/magic-italy-magic-internet/

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13 luglio 2010 2 13 /07 /luglio /2010 07:03

Il terremoto mieterà altre vittime.

 



 

 
 

fonte: marineo
Consigliamo di leggere con attenzione e possibilmente diffondere il seguente articolo che fa riflettere sulla situazione del post-sisma in Abruzzo.
Scritto da Antonello Ciccozzi, ricercatore di antropologia culturale presso l’Università degli Studi dell’Aquila, già uscito su
abruzzo24ore.tv.

Certo, c’erano i “noglobal” alla manifestazione dei terremotati aquilani. C’erano. Saranno stati il due o tre per cento dei manifestanti, erano insieme a tutte le altre categorie socio-culturali che compongono la varietà civile di una città. A spingere contro i reparti antiterrorismo che bloccavano illegittimamente il passaggio di una manifestazione autorizzata c’erano anche i “no global” aquilani; sono i più abituati a un trattamento che nessuno si aspettava e perciò erano “in prima linea”, un metro o due poco avanti rispetto a casalinghe, pensionati, e anche a poliziotti aquilani. Poliziotti esasperati come gli altri loro concittadini. Poliziotti contro poliziotti, questo è il dato più singolare di quel giorno: non ci poteva essere manifestazione più trasversale di quella con la quale migliaia di aquilani sono andati a Roma il sette luglio 2010 per chiedere equità e diritti, prendendo qualche manganellata che puzza tanto di prova per l’estensione alla società civile di codici di regime fondati sul linguaggio del manganello, solitamente riservati all’antagonismo eversivo.

Tuttavia i manganelli non sono la cosa peggiore: L’Aquila manifesta il suo dissenso ancora una volta, da un anno; e, ancora una volta, la città continua a subire pratiche di disinformazione e gravi stereotipi offensivi che sempre di più puzzano di neorazzismo. Perciò, ancora una volta va precisato che, da subito dopo il terremoto, abbiamo assistito a una serie di processi massmediatici di controllo dell’opinione pubblica sull’evento che vale la pena ripercorrere elencandoli in un’anatomia sintetica degli elementi che compongono il sistema di propaganda che determina la narrazione governativa dell’emergenza aquilana; visto che certi fatti – se raccolti in sequenza – fanno un altro effetto.

L’ESPROPRIAZIONE SIMBOLICA DELL’EVENTO

Deve essere chiaro che tra Potere e interpretazione vi è una sostanziale identità: il Potere è il potere di attribuire senso agli eventi; e a L’Aquila la manipolazione della catastrofe inizia dal momento in cui la città è privata della possibilità di dare senso all’evento, in un’espropriazione simbolica che è la premessa per il controllo del processo in generale.

L’espropriazione simbolica dell’evento è avvenuta a partire dall’abbassamento della magnitudo a 5.8 gradi Richter, rispetto alla media di 6.3 gradi Richter dichiarata degli istituti sismologici di tutto il mondo. Al di là della diatriba tra magnitudo Momento e Richter, l’informazione italiana si è fatta con il valore 5.8; e l’idea di una magnitudo bassa fomenta l’idea che i danni ci siano stati per colpa delle costruzioni fatte male, per colpa degli aquilani: “chi è causa del mal suo pianga se stesso”. L’attribuzione di colpa a livello locale esonera simbolicamente lo Stato da oneri di sostegno e da responsabilità concrete della Commissione Nazionale Grandi Rischi.

L’espropriazione simbolica dell’evento si è prefigurata attraverso le rassicurazioni disastrose – totalmente infondate dal punto di vista scientifico – comunicate dalla Commissione Nazionale Grandi Rischi prima del sisma alla popolazione aquilana (che indussero la cittadinanza a restare al letto, concausando un alto numero di vittime, che per puro caso non è stato molto maggiore).

L’espropriazione simbolica dell’evento si è consolidata attraverso la denominazione “terremoto d’Abruzzo” favorita da politici vassalli del governo Berlusconi, probabilmente finalizzata al tentativo di profitto della Regione contro le zone realmente terremotate. Basti pensare che il presidente della regione Abruzzo Chiodi ha da subito dichiarato che “il terremoto riguarda tutto l’Abruzzo”; e che il neoeletto presidente della provincia dell’Aquila, Del Corvo, ha scritto, nella parte di programma elettorale che non ha copiato (come ha dovuto ammettere), che: “la ricostruzione non è soltanto un’esigenza delle aree del cratere, perché tutta la Provincia soffre per problemi che risalgono a prima del terremoto”. Entrambe i politici sono Berlusconiani e non residenti nelle aree terremotate. Il dubbio è forte e lecito.

LA SPETTACOLARIZZAZIONE PROPAGANDISTICA DEGLI AIUTI

La trovata sensazionalistica del “miracolo aquilano” induce a pensare all’intervento di aiuto come un fenomeno inedito per modalità ed efficienza, mentre la storia della civiltà occidentale si misura da secoli con pratiche di aiuto portate verso i luoghi colpiti da catastrofi naturali; pratiche storicamente dettate a partire dal principio fondativo dell’unione dei battezzati nel corpo mistico di Cristo. Se c’è una costante è l’aiuto, quello che varia sono le forme storiche, dove la differenza la fa il grado di sviluppo tecnologico, assai meno la disposizione morale dei poteri costituiti che presiedono agli interventi. Il “miracolo” è una finzione propagandistica che inizia proprio nella pretesa di unicità storica dell’azione istituzionale.

La politica della carità messa in campo con lo spettacolo della beneficenza ha saturato l’opinione pubblica riproducendo immagini ridondanti di aiuto, che danno un’impressione risolutiva distogliendo dalla reale proporzione delle necessità economiche (dato che per la ricostruzione vera saranno necessari molti miliardi di euro, non è onesto propagandare, ad esempio, un milione di euro raccolti da uno stuolo di cantanti, che tra l’altro si celebrano con la beneficenza, come se fossero un aiuto fondamentale, risolutivo; come per dire “adesso i soldi li avete, non vi lamentate”). Non servono briciole ossessivamente amplificate da strategie di spettacolarizzazione in prima serata; ma, come negli altri terremoti, c’è bisogno di aiuti di Stato adeguati e senza eccessi sensazionalistici. E’ in sé riprovevole fare di un’emergenza sociale uno spettacolo televisivo.

La pretesa di parlare sistematicamente di “ricostruzione esemplare”, per designare l’installazione di abitazioni di emergenza su costosissime e inutili piastre antisismiche imposte dalla Protezione Civile (che le aveva progettate), propinando all’opinione pubblica l’idea di una situazione risolta, quando la città è ancora del tutto annientata.

L’idea che le case imposte dal Governo siano incommensurabilmente migliori delle soluzioni d’emergenza adottate in passato si fonda sulla censura di una miriade di altre tipologie costruttive prefabbricate messe a disposizione dalle attuali tecniche di housing, altrettanto sicure, veloci e confortevoli e più economiche; e soprattutto si regge su una volgare modalità destoricizzazione messa in atto nella valutazione dell’edilizia d’emergenza usata in altre epoche (e quindi in base a livelli inferiori di sviluppo delle disponibilità tecnologiche): in sostanza è come paragonare una Cinquecento di oggi con una di quarant’anni fa. Da secoli i governi intervengono sui luoghi terremotati costruendo case di emergenza. Non si discutono le case, in un banale e inammissibile “prendere o lasciare”, ma l’imposizione di una tipologia costruttiva, i suoi costi e i sospetti di speculazione sugli aiuti. L’alternativa non è solo tra le case del “progetto c.a.s.e.” e i containers dell’Irpinia (va notato infatti che questo modo di ragionare grettamente binario è la cifra della logica che regge qualsiasi ideologia dittatoriale: è l’esclusione di terze possibilità la premessa per l’imposizione assolutistica di scelte opinabili).

LO SFRUTTAMENTO DEGLI AIUTI PER FINALITA’ DI PROFITTO

In tal senso l’aspetto più eclatante è dato proprio dal costo spropositato dell’edilizia d’emergenza: quasi tremila euro a metro quadro (l’ing. Calvi della Protezione Civile, il progettista, dichiarò in televisione 2400 euro a metro quadro, ora dice 1300, da molte fonti si deducono oltre 2800 euro a metro quadro). Questo pone il punto del profitto ottenuto attraverso a tragedia di migliaia di persone, grazie a costossissime forme abitative imposte millantandole come unica soluzione, tra molte scelte possibili assai più economiche ma occultate. Edifici costruiti sfruttando i soldi della beneficenza e della Comunità Europea; e la manodopera a basso costo e senza diritti consentita dall’emergenza. Una manna per i fortunati imprenditori che hanno potuto accedere agli appalti. Una casa così (in comodato d’uso, non regalata, come spesso pensano gl’italiani) può sembrare bella, ma se si guarda bene il rapporto qualità/prezzo di questi condomini in cartongesso, lo scempio paesaggistico prodotto in almeno metà dei diciannove siti, e le alternative che si sarebbero potute praticare, è disgustosa. Questo supposto “miracolo” poteva costare tre volte di meno e dare un tetto a tutti. Invece si è scelto di massimizzare il profitto, non l’utilità sociale; ecco cosa c’è dietro il miracolo. Deve essere chiaro che un alloggio d’emergenza dopo una catastrofe naturale non è un miracolo, ma una forma di realizzazione di una prassi storica antica come la nostra civiltà (e su cui, in ultima analisi, è la civiltà stessa che si misura, in opposizione alla barbarie e alla tirannia).

Poi, più in generale si deve accennare ai costi enormi della macchina della Protezione Civile, costi articolati in una quantità di livelli e forme, dei quali – a cominciare da particolari minimi come le giacche a vento in dotazione delle truppe – da più parti è stata dimostrata l’enorme plusvalenza ottenibile con il pretesto emergenziale. Va ripetuto che – ad un anno dal sisma – i soldi spesi per L’Aquila provengono quasi esclusivamente dai fondi messi a disposizione dalla Comunità Europea, e dalla beneficenza di singoli cittadini e di enti pubblici. Il Governo finora non ha speso – se non in minima parte – soldi di Stato, e questa è la differenza reale rispetto agli altri terremoti. Troppi indizi lasciano già pensare che il Governo ha finora approfittato della beneficenza degli italiani e dei fondi europei per drenare profitto attraverso catene di mediazione gestite da soggetti affiliati al potere costituito, in cui si assiste alla compresenza ambivalente di aiuto e parassitismo, di solidarietà e sciacallaggio, di sostegno e profitto. Il punto è che un governo che si dichiara “democratico” non dovrebbe permettersi di offendere una città attraverso pratiche di postcolonialismo intrastatale finalizzate alla speculazione e alla propaganda, che si innestano mimetizzandosi su processi di aiuto umanitario; e non dovrebbe imporre tali pratiche con un ricorso sistematico alla propaganda, alla censura, allo stereotipo.

LA MANCANZA DI EQUITA’ RISPETTO AD ALTRI DISASTRI NATURALI ITALIANI

A quanto pare non se ne parla proprio di concedere a questo terremoto una tassa di scopo o altre forme di prelievo stabili dalle casse dello Stato, come è avvenuto per le altre catastrofi simili. L’Aquila è – al passo con i tempi – una città precaria, ingabbiata in una ricostruzione co.co.co. finalizzata prima al profitto di soggetti esterni che al bene del luogo. Per L’Aquila finora il Governo ha deciso che da parte dello Stato ci sono lotterie, gratta e vinci, e cantanti in odor di beneficenza (e in cerca di gloria).

Le agevolazioni fiscali concesse ai terremotati costituiscono una pratica plurisecolare di aiuto, basti pensare che trecento anni fa a seguito di un terremoto disastroso il viceré riconobbe agli aquilani l’esenzione dalle tasse per 12 anni, senza restituzione. Ora a L’Aquila tutti ricordano che per il terremoto dell’Umbria-Marche è stata accordata una sospensione per 10 anni con una restituzione del 40% in 120 rate; mentre la richiesta di restituzione fiscale per gli aquilani è stata fissata al 100% dopo un anno dal sisma, da restituire in 5 anni. Solo dopo la protesta romana ci siamo assestati ad ora al contentino di passare da 5 a 10 anni. Un contentino che suona come offesa. E’ in tal senso che a L’Aquila si chiedono equità e diritti, cose ben lontane da parossismi dettati dalla disperazione.

Qualcuno ha detto che durante gli altri terremoti non c’era la crisi economica di oggi, quindi il paragone non sarebbe lecito. A parte che si potrebbe obiettare che la crisi dovrebbero pagarla i ceti più abbienti e non chi subisce disastri naturali, c’è in questo caso un particolare scabroso e inaccettabile: per il recente alluvione di Alessandria la sospensione delle tasse comporterà la restituzione del 10% in 10 anni. Altro che Nord virtuoso e Sud Cialtrone.

SULLO STREOTIPO NEORAZZISTA CHE OFFENDE UNA CITTA’ FERITA

Troppo spesso politici di regime e organi d’informazione filogovernativa insistono con stereotipi riconducibili allo schema del “Sud cialtrone” contrapposto al “Nord virtuoso”, attribuendo tutta la colpa dei problemi attuali all’inefficienza dell’amministrazione locale, in un dispositivo di accusa scagionante del Governo e dei suoi affiliati (sia chiaro: ci sono problemi che riguardano l’amministrazione locale, ma il riconoscerli è altro rispetto all’assolutizzarli). E L’Aquila si ritrova dentro questa becera e del tutto manichea ripartizione di moralità. Ancora una volta salta fuori lo stereotipo del paragone con il Friuli. Da tempo si sente che a gli aquilani subito dopo il terremoto erano “come i friulani, che si rimboccano le maniche e si danno da fare”, mentre poi sarebbero diventati “come gl’irpini, che stanno con le mani in mano e pretendono aiuti”. È proprio la pigrizia mentale insita in questo ridondante ricorrere a una tematica fissa che è il primo indice di stereotipia.

Ancora una volta i cittadini aquilani devono sorbirsi questa comunicazione del tutto ingiuriosa. Il 9 luglio il quotidiano “Il Giornale” ripercorreva per l’ennesima volta questo stereotipo attraverso la gretta generalizzazione neorazzista secondo cui “le popolazioni colpite reagiscono in modo differente”. Questo è troppo. È da un anno che telegiornali come il tg1 fanno sistematica disinformazione e quotidiani come “Il Giornale” sfociano puntualmente nella diffamazione seminando stereotipi neorazzisti. Si può tollerare tutto questo? Fino a che punto? O è il momento di sollecitare interrogazioni parlamentari sulla legittimità di questa disinformazione ormai sfociata nel dileggio? Si può offendere sistematicamente una città gravemente ferita per difendere ciecamente l’operato di un Governo? È questo il livello di civiltà della Nazione?

Basta. Deve essere chiaro che, fuor di opinione, in Friuli – per danni al tessuto urbanistico assai meno gravi di quelli con cui deve ancora iniziare a fare i conti L’Aquila – è stato di fatto speso l’equivalente di circa venti miliardi di euro; soldi messi a disposizione attraverso modalità di accesso chiare, tramite finanziamenti quinquennali, dallo Stato alle aree terremotate, senza offensive spettacolarizzazioni della carità. A L’Aquila sono stati promessi vagamente meno della metà dei soldi avuti realmente dal Friuli. Questo per quanto riguarda la disponibilità di fondi.

Invece per quanto riguarda la governance, si ha questa differenza: mentre a L’Aquila si subisce da subito dopo il sisma un centralismo che non è esagerato definire dittatoriale, basato sull’imposizione di strutture commissariali esterne (anche ora che l’emergenza è finita e dovrebbe iniziare la ricostruzione il “commissario” viene da fuori delle aree colpite ed è uno “yesman” di Berlusconi), in Friuli fu concessa una concreta autonomia nel processo di ricostruzione. In merito ricordo che nel giugno del 2009, poco dopo il sisma, venne a L’Aquila per un convegno un sindaco friulano che fu protagonista della ricostruzione, e che ci ricordò solennemente il principio da loro usato: “questa è la nostra terra, e i primi a comandare dobbiamo essere noi” (Franceschino Barazzutti, sindaco di Cavazzo Carnico dal 1977 al 1995).

Perciò, per cortesia, che il Governo tratti L’Aquila come il Friuli: dateci i soldi per ricostruire (come diritto costituzionale astraibile da almeno sette articoli, e come valore storicamente sancito da una prassi di civiltà plurisecolare) e toglieteci i commissari esterni. Le decisioni per L’Aquila le deve prendere chi ci vive; certo ci gioverebbero consulenze di esperti da tutto il mondo, ma dobbiamo scegliere noi cosa è meglio per noi. Quindi che nessuno dica più che in Friuli “si sono rimboccate le maniche”, per misurare noi aquilani: se la vogliamo mettere sul provocatorio di questo genere di comparazioni ingiuntive penso sia più lecito dire che “in Friuli sono stati riempiti di soldi che hanno potuto spendere come volevano”. A L’Aquila molti temono che servirebbero il doppio dei soldi del Friuli, mentre ne sono stati promessi a chiacchiere meno della metà. Tutti sappiamo che sono tempi difficili, ma appunto per questo non si può restare indifferenti riguardo i troppi sospetti sul fatto che i soldi siano stati spesi male e che l’emergenza sia stata un pretesto per il profitto.

SEMPRE DI PIU’ IL RE E’ NUDO

I governi durano qualche anno, i poteri istituzionali si riciclano al massimo per qualche decennio, mentre le città attraversano la storia. Chi pensa che L’Aquila sia solo un ammasso di case pericolanti non capisce che le città non sono fatte solo da mura e tetti: le città sono fatte da idee. Chi oggi prende le misure politiche per L’Aquila sarà domani misurato dalla storia per quello che ha fatto, e potrebbe ritrovarsi con una maledizione addosso. C’è un briciolo di umanità in Tremonti, l’inarrivabile e avaro custode delle casse dello Stato? Come stanno Bertolaso e Berlusconi dopo aver millantato miracoli sulle disgrazie di migliaia di persone? Sempre più paiono dei reietti, dei latitanti di Stato, che non possono più stare in mezzo alla gente vera, ma devono difendersi con la distanza, la finzione di simulate passerelle mediatiche.

Quanto è durata l’onda populista di consenso estorta dall’emergenza aquilana attraverso la finzione sensazionalistica del miracolo? Si chiedono queste persone come saranno ricordate dai posteri? e che eredità morale lasceranno alla loro discendenza? Le finzioni durano finché alla massa fa comodo credere ad esse; ma a chi fa comodo continuare a credere a questi nostri attuali sovrani taumaturghi? La gente che spingeva sotto il caldo estivo di un assolato pomeriggio romano era più reale del re, e l’Italia sempre di più guardando L’Aquila si vede allo specchio. La vergogna delle manganellate su cittadini terremotati ha fatto il giro del mondo, e la diagnosi di disperazione – che, con dubbia benevolenza, ci ha attribuito qualche parlamentare anche dell’opposizione – non può essere il pretesto per edulcorare, ma seguitare paternalisticamente a nascondere, certe ragioni.

Antonello Ciccozzi
ricercatore di antropologia culturale presso l’Università degli Studi dell’Aquila

abruzzo

 

12 luglio 2010 | di Reset Staff

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13 luglio 2010 2 13 /07 /luglio /2010 06:48

 

 

http://www.italiadeivalori-vicenza.it/home/files/immagini/articoli/Carnefici.jpg

 

Il racconto delle carceri libiche di due migranti somali catturati durante il loro viaggio verso l’Italia: «Poco cibo, nessuna medicina, frustate e mai una doccia. Dormivamo pressati l’uno sull’altro».

«Dormivamo ammassati in una piccola stanza. Eravamo almeno in 50, pressati l’uno sull’altro. Mangiavamo soltanto un panino al giorno o una manciata di riso, non potevamo lavarci e venivamo torturati con le scosse elettriche: ci mettevano, legati mani e piedi, in una vasca d’acqua e poi inserivano un cavo elettrico nell’acqua per qualche secondo. Se ci sentivamo male, era quasi impossibile avere le medicine necessarie. Molti si sentivano male ed erano abbandonati al loro dolore. E’ stato un vero e proprio inferno, in sei mesi di carcere ho perso 12 chili».
E’ il racconto della detenzione nella prigione di Cufra [al sud della Libia] del giovane A.H.Y, profugo somalo di 26 anni che, in fuga dal suo paese, dopo aver attraversato il Sahara, è stato catturato dai militari libici e incarcerato. La tragica esperienza, che il giovane racconta a margine dell’incontro al Meeting antirazzista dell’Arci a Cecina Mare [Li], risale al 2007 ma nei suoi occhi i ricordi sono ancora vividi. «Le condizioni di detenzione erano davvero disumane, non solo da un punto di vista fisico, ma anche psicologico. I militari ci urlavano nelle orecchie e ci maltrattavano. Dopo un mese di galera, ho dovuto lavorare altri cinque mesi all’interno del carcere per poter essere liberato». Mentre racconta si attorciglia i pantaloni per mostrare la sua ferita sulla coscia: «E’ stata una frustata che ho ricevuto da un militare del carcere».

Una storia ugualmente drammatica è quella di A.M.M., un altro giovane somalo di 20 anni. Lui è finito nelle mani di alcuni trafficanti di essere umani, che lo tenevano rinchiuso dentro un fatiscente deposito nei pressi della cittadina libica di Bengasi, nella parte settentrionale del paese, in attesa di venderlo ad altri trafficanti per il viaggio verso l’Italia. «Le condizioni in questa specie di garage – racconta il giovane – erano terribili e, insieme ad altri compagni, ho tentato la fuga. Dopo due giorni, i trafficanti mi hanno ritrovato. Mi hanno riportato nel luogo dal quale ero scappato e mi hanno percosso di botte. Sono svenuto, ho perso la memoria e quando mi sono risvegliato mi sono ritrovato in carcere. Ancora oggi i miei ricordi sono confusi, faccio fatica a metterli in ordine».

Entrambi i giovani, scappati dalla Somalia a causa della guerriglia che imperversa nei loro villaggi, hanno dovuto affrontare lunghissimi ed estenuanti viaggi attraverso il Sahara, e poi in barche di fortuna tra le onde del Mediterraneo.
Oggi vivono a Caltagirone, in provincia di Catania, dove lavorano come lavapiatti dopo aver seguito un progetto di reinserimento sociale.


www.redattoresociale.it

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4 luglio 2010 7 04 /07 /luglio /2010 21:44

NON MI PIACE QUESTO PERBENISMO UN PO’ IPOCRITA DI SINISTRA

Perché non doveva essere in piazza Navona anche a lei, Patrizia D’Addario, il 1° luglio, a dire la sua su Berlusconi?

Apprendo con dispiacere che un certo perbenismo di sinistra, l’ha fischiata e non l’ha voluta tra coloro che manifestavano contro il bavaglio imposto dal ddl in approvazione.

Perché farla tacere, se anche lei ha contribuito a farci sapere, meglio e con più precisione, quello che la moglie già aveva detto di suo marito?

E’ un malato, va curato, tant’è vero che persino i capi stranieri con “sottile ironia”, non trovano di meglio che presentargli delle “bone” (ultimo il Lula brasiliano), per ottenere, magari, qualche buon affare dall’Italia.

Siamo diventati il paese che scambia le fighe con gli affari. Nulla di nuovo sotto il sole, lo facevano già i romani, gli antichi cortigiani,  un sistema che dimostra com’è avanzato e futurista il pensiero di quest’ometto coi tacchi ed il fard arancione, che ci governa.

Anche una certa stampa tanto perbenista  come Roberto Natale del Corriere della sera, si è augurato che la D’Addario non diventi il simbolo della manifestazione.

Nel ddl intercettazioni, c’è un emendamento che praticamente porta il suo nome, ed è un emendamento che non permette ai cittadini di registrare più “un fico secco”.  Se no, si va dritti in galera!

E se volessi registrare le male parole o le botte di un  uomo (o donna) violento/a? Non posso difendermi con delle prove uditive e visive, ma solo con dei lividi sul corpo?

Auguro a Patrizia di resistere, di non avere paura e di farci sapere che cosa veramente succedeva in quel palazzo del governo diventato un bordello.

Come cittadina ho diritto di sapere se, chi “mi” governa, è un troione. Sulla base di quanto si sa, si può scegliere, con pieno diritto di scegliere chiunque, anche chi va a troie. Basta saperlo.

 

http://speradisole.wordpress.com/2010/07/04/un-perbenismo-che-sa-di-ipocrisia/
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4 luglio 2010 7 04 /07 /luglio /2010 21:03

Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky.
Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009.
Mi chiede come mai.

Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno.
Causa terremoto.

Il decoder Sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.
Ammutolisce.
Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere.
Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.
Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa.
Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio.

E mi sale il groppo alla gola.
Le dico che abitavo proprio lì.

Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi.
Ed io lo faccio.
Le racconto del centro militarizzato.
Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati.
Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire.
E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere.
Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo.
Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti.
Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta.
Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile.
Che lo stato non versa ai cittadini senza casa,che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto.
Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.
Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un'appartamento in via Giulia, a Roma.
La sento respirare pesantemente.
Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso.
Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar.
Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra.
Lontani chilometri e chilometri.
Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore.

E lei mi risponde, con la voce che le trema.
"Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così.
Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo."

Loro non scrivono, voi fate girare

 

http://www.facebook.com/note.php?note_id=436498980140&id=366591291823#!/notes/marilu-blanco/lo-sfogo-di-unabitante-dellaquila/437144619973
  linkhttp://miskappa.blogspot.com/2010/05/non-e-possibile.html
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3 luglio 2010 6 03 /07 /luglio /2010 09:11

berlusconimafiaappalto.jpg

 

Alcuni professionisti del mestiere, quello politico, iniziano a dare per certo che la trattativa tra Stato e mafia negli anni delle stragi del ’92 e del ’93 sia avvenuta. Per il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu “è ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica”. E a chi, come il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, chiarisce che “le teorie sono belle ma nei processi si ha bisogno delle prove giudiziarie”, Pisanu risponde che la sua relazione “è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie”. Come a dire che sul piano politico che sia successo qualcosa è ormai fuori di dubbio.
Verrebbe spontaneo porsi delle domande. Quali sono questi pezzi di istituzioni? Quali sono questi politici? In un Paese in cui le facce dei potenti sono le stesse da decenni, i protagonisti di quel patto continuano a svolgere il loro ruolo nel Palazzo?
Questa notizia non ha avuto un minimo spazio sui titoli dei telegiornali, e anche di alcuni giornali. Troppo impegnate al gossip le tv per badare anche al problema mafia? Forse, ma ad un certo gossip, dato che della notizia (di un giornale brasiliano) di un party con ballerine brasiliane organizzato per e da Berlusconi durante la sua recente visita a San Paolo, non vi è traccia.
E anche di quella del consigliere provinciale romano del Pdl che dopo un festino a base di trans (Alemanno e Berlusconi saranno su tutte le furie) e cocaina si è affacciato al balcone e ha improvvisato un comizio.
Lungi da me addentrarmi nel complesso tema della disinformazione dilagante in Italia, ma certo che se il fondamento dell’egemonia berlusconiana, culturalmente intesa, non è da ritrovare nel palese conflitto d’interessi del presidente del Consiglio, poco ci manca.
Un’espressione, conflitto d’interessi, che oltre a spaventare a morte inspiegabilmente tutto il Parlamento, e non solo i diretti interessati come ci si dovrebbe aspettare, è stata sminuita dai politici e dagli elettori del centrodestra in quanto, ignoranti di cosa succede nelle democrazie occidentali, è solo “un’invenzione dei comunisti”. Ma è stata anche esaltata spesso ingenuamente e irrazionalmente dal mondo di sinistra, quello che smanetta e domina su internet. Perché se qualcuno dice che il Tg1 ha riferito che Dell’Utri è stato assolto (incanalando centinaia e centinaia di commenti indignati), io mi aspetto di ascoltare un giornalista del servizievole giornale di Minzolini dare questa notizia, e non di sentire il giudice che legge la sentenza.
Per quanto ognuno di noi possa desiderare vedere Dell’Utri nella cella affianco a quella di Totò Riina, infatti, la sentenza di tre giorni fa assolve l’imputato dalle accuse per reati successivi al 1992. E non possiamo permetterci, fiduciosi come siamo dell’operato della magistratura, di gridare allo scandalo dell’informazione manipolata anche se un tg mostra la lettura di una sentenza.
Piccoli particolari, che colgo spesso in giro, e che riporto. Tafazzismo? Autolesionismo? No, diciamo una riflessione, affinché si cessi di rispondere all’azione con una reazione uguale e contraria e di diventare, lentamente, uguali a loro.

postato da: ermes91 alle ore 11:21 | link | commenti (2)
categorie: politica, mafia, giustizia, politici, informazione, berlusconi, giornali, tv, pdl

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3 luglio 2010 6 03 /07 /luglio /2010 09:06

 

http://farm4.static.flickr.com/3464/3353068857_2643e69e26.jpg

 

Viviamo in una dittatura dolce, e chi si rifiuta di chiamarla in questo modo, credo non sia a conoscenza di tutte le attività del nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi.

Ricapitoliamo la situazione dell’informazione nel nostro Paese:
Abbiamo 7 canali nazionali principali. Silvio Berlusconi ne possiede 3: Rete4, Canale5 e Italia1.
Questo fatto sarebbe già abbastanza grave in una democrazia, in una qualsiasi democrazia.

Passiamo alla RAI. La RAI è governata da nove membri del Consiglio d'Amministrazione: sette consiglieri vengono eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza, due consiglieri vengono indicati dal Ministero del Tesoro.

La commissione di vigilanza RAI (o per dirla tutta, la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi) ha lo scopo di sorvegliare l'attività del servizio televisivo e radiofonico nazionale. Come la sorvegliamo? Con i gruppi politici.

Già, perché i senatori e i deputati dei gruppi parlamentari possono eleggere i loro rappresentanti alla Commissione di vigilanza, e ovviamente la maggioranza avrà più rappresentanti.

In questo modo Silvio Berlusconi giunge ad avere il controllo totale dell’informazione televisiva nel nostro Paese.

E se passiamo all’informazione giornalistica, la situazione è peggiore.

Silvio Berlusconi controlla:

Il Giornale (Mondadori)

Libero (in cui scrivono, per citarne alcuni, Marcello Veneziani, Antonio Socci, Antonio Martino, Renato Brunetta, Gilberto Oneto, Gianni De Michelis)

Panorama (Fininvest)

Il Foglio 

Il Secolo d’Italia (giornale di Alleanza Nazionale)

La Padania (giornale della Lega)

Inoltre abbiamo il Corriere della Sera e La Stampa che sembrano buttarsi sempre dalla parte del vincitore (abbiamo già potuto vedere una smielata di Mieli a Berlusconi durante una recente puntata di Matrix)

E se vogliamo dirla tutta, la Fininvest ha piccole partecipazioni in Mediobanca e in Capitalia, che a loro volta sono azioniste di Rcs Mediagroup (Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport).
Al gruppo Rcs fa anche capo il 7,5 per cento del gruppo italiano Poligrafici editoriale, che controlla Il Giorno , La Nazione , Il Resto del Carlino , il Quotidiano nazionale .

Non dobbiamo dimenticare il fido compagno Giuseppe Ciarrapico.
Silvio Berlusconi lo ha accolto a braccia aperte nel Pdl: "Ciarrapico ci serve, per i piccoli ma radicati quotidiani".

Infatti Ciarrapico ha due società editoriali, la Nuova Editoriale Oggi S.r.l. e Ciociaria Oggi, per un totale di 11 testate locali e una media complessiva di circa 50 mila copie vendute ogni giorno.
I suoi giornali sono: Molise Oggi, Ciociaria Oggi, Ostia Oggi, Fiumicino Oggi, Guidonia Oggi, Civitavecchia Oggi,
Castelli Oggi
, Viterbo Oggi, Eur Oggi, Rieti Oggi e Latina Oggi (nomi molto originali, tra l’altro).
Latina Oggi e Ciociaria Oggi sono entrambi distribuiti, al prezzo di 1 euro, con Il Giornale.

E per concludere, possiamo anche vedere che la Mondadori ha il controllo di Radio 101.

Credete ancora di avere un’informazione libera nel nostro Paese? Credete ancora che questa sia una democrazia?

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1 luglio 2010 4 01 /07 /luglio /2010 22:48

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Giacomo sarebbe nato tra poche settimana, ma la sua madre è stata vittima di un'aggressione razzista e ha perso il suo bimbo. La cronaca del suo funerale e della solitudine della sua famiglia. Italia, anno 2010.

Oggi c’è da celebrare un funerale particolare. Una storia carica di violenza, intolleranza e indifferenza della quale ci sarebbe da vergognarsi. Eppure qualcosa va storto lo stesso: «Si sono dimenticati di avvertire il sacerdote». Anche se non è ben chiaro chi sarebbero «loro», cioè quelli che se ne sono dimenticati, il risultato è che l’orazione funebre per Giacomo Nobilini non può svolgersi nella cappella dell’ospedale Maria Vittoria, già destinata a uso diverso. Del resto le dimenticanze sono state molte, nella vicenda di questo bimbo rom mai venuto al mondo perché probabilmente ucciso dalle bastonate con le quali a Torino un ultrà ha aggredito l’11 giugno scorso Jorvanenka Nobilini, nomade all’ottavo mese di gravidanza colpevole di avere suonato un citofono. A scordarsi di Giacomo sono stati gli organi di stampa, che non hanno ritenuto la notizia degna di andare oltre le pagine della cronaca locale; le istituzioni, che non hanno espresso in via ufficiale solidarietà alla famiglia o condannato il gesto dell’aggressore [il Comune di Torino si è limitato a pagare le spese del funerale]; le forze politiche di sinistra, forse scoraggiate dall’eventualità di perdere un’ulteriore fetta di consenso. La parte di cittadinanza informata si è limitata a esprimere un’indignazione di maniera: già qualcosa di meglio rispetto ai passanti che hanno assistito indifferenti all’aggressione.
Il funerale di Giacomo comincia così, in una sala fredda nei seminterrati dell’ospedale dove gli unici italiani non nomadi sono alcuni rappresentanti del mondo dell’associazionismo e i quattro agenti di polizia penitenziaria che scortano il padre del bimbo, in carcere da quattro mesi per avere commesso un furto. All’aggressore, accusato dell’omicidio di Giacomo e del tentato omicidio di sua madre, sono stati concessi dopo due giorni gli arresti domiciliari. E’ ancora presto per affermare con certezza che la causa diretta del decesso del bambino siano stati i colpi sferrati dell’ultrà, dato che i risultati dell’autopsia non verranno resi noti prima della fine di luglio. Non è invece troppo presto per domandarsi cosa sarebbe accaduto a parti invertite, vale a dire se un rom avesse aggredito violentemente una donna italiana in avanzato stato di gravidanza. «Fin troppo facile immaginare una campagna stampa a titoli cubitali, una rinnovata emergenza sicurezza e qualche campo nomadi in fiamme – spiega Carla Osella, Direttrice nazionale dell’Aizo [Associazione italiana zingari oggi] – ma anche e soprattutto l’indignazione di chi adesso tace. Per i nomadi questo è un periodo assai buio in tutta Europa, ma in Italia a loro non è più concesso il minimo errore: noi stiamo lavorando molto per fare in modo che arrivino a comprenderlo per salvare loro stessi». In seguito all’aggressione, l’Aizo ha reso pubblico un appello contro la violenza e la discriminazione di rom e sinti già rilanciato nei giorni scorsi sulla home page del sito di Carta.
La cerimonia è rapida, un quarto d’ora circa. Un prete africano legge, rivolto alla piccola bara, le Beatitudini del Vangelo di Matteo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Lo fa quasi a rassicurare i genitori e gli altri familiari che da qualche parte ci sarà, che deve esserci un luogo nel quale l’ingiustizia che hanno subito troverà rimedio.
La dignità del dolore di queste persone, fatta di lacrime silenziose e sguardi rivolti verso il basso, non lascia trapelare speranza né desiderio di vendetta. Il piccolo corteo lascia l’ospedale e si dirige verso il cimitero monumentale, dove avverrà la sepoltura. Quella che sarebbe stata la famiglia del piccolo vive in Italia da più di trent’anni ed è attualmente insediata nel campo di strada dell’Aeroporto, alla periferia nord della città. Jorvanenka ha fatto la mediatrice culturale e ha lavorato in un call center, ma non cerca alibi né usa ipocrisie: «Nella mia famiglia c’è chi ha compiuto piccoli furti, come mio marito, e io a volte chiedo l’elemosina anche se so che dà fastidio a molte persone – racconta – lo facciamo per bisogno ma non siamo santi, però questo non giustifica quello che è successo. In Italia le cose stanno cambiando, molta gente vuole la nostra scomparsa perché ci odia o ci teme e questo ci fa paura. Ma io sono nata qui e amo gli italiani, ho solo avuto la sfortuna di incontrare una persona cattiva come ce ne sono anche tra la mia gente». Suo padre si rivolge con gratitudine ai pochi gagiò presenti e chiede soltanto di fare in modo che la storia non venga dimenticata affinché Giacomo non muoia per la seconda volta e un episodio simile non debba ripetersi. Davanti al comportamento di questa gente non è possibile non pensare al pregiudizio che la perseguita. Gli zingari rubano i bambini, si dice: eppure l’ultima condanna di un rom per sottrazione di minore risale al 1986. Gli zingari non mandano i loro figli a scuola, pensano in molti: ma quando il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha fatto sgomberare il Casilino 900 a Roma si è guardato dal dire che l’indice di scolarizzazione tra i bambini di quel campo era dell’84 per cento. Si potrebbe proseguire a lungo, ma per il piccolo Giacomo è già l’ora della sepoltura. La sua casa sarà il campo infanti del Monumentale, mezz’ora buona a piedi dall’ingresso, un prato costellato di girandole colorate, palloncini e pupazzi appoggiati alle piccole lapidi.
Una volta calata, la piccola bara viene bagnata con il vino. Sulla terra intorno viene versato del latte, a rappresentare il sangue del piccolo e l’alimento del quale avrebbe avuto più bisogno. Poi la targhetta sulla lapide, che a differenza di tutte le altre porta una data unica: 11 giugno 2010. Perché a Giacomo, in nome del pregiudizio e dell’intolleranza, non è stato concesso di nascere né di provare a farlo. Adesso il silenzio e l’assenza della città sono insostenibili.

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